L'uomo propone, Dio dispone

“L’uomo propone, Dio dispone.” Questo famoso proverbio può facilmente essere applicato alla mia famiglia, specialmente per quanto riguarda l’attestato di laurea. Le nostre storie sono così divertenti, così divertenti!

Tutto è cominciato con mio fratello maggiore, Hriday. Egli era un grande filosofo, all’età di sedici anni, o diciassette, aveva studiato tutti i filosofi europei. Per un ragazzo, nato nel villaggio di Chittagong, era veramente qualcosa di eccezionale, poi, a vent’anni, aveva studiato i Veda, le Upanishads e la Bhagavad Gita con straordinaria profondità.

Stava studiando per ottenere il diploma all’Università di Chittagong. Gli altri studenti erano soliti chiamarlo ‘dotto’ e i suoi professori lo chiamavano ‘professore’ o ‘grande dotto.’ Dopo aver ottenuto il diploma, Hriday progettava di continuare a studiare, per ottenere un titolo più elevato, ma, nel frattempo, accadde qualcosa.

Sei mesi prima dell’ultimo esame per ottenere il diploma, egli udì il nome di Sri Aurobindo e il suo interesse per gli studi finì. Il solo nome di Sri Aurobindo fu sufficiente per mio fratello; dopo averlo udito, volle solo condurre una vita spirituale, perse tutta la sua inclinazione allo studio ed abbandonò completamente gli studi regolari.

Io ebbi la stessa esperienza. Quando avevo quattro o cinque anni, udii il nome ‘Sri Aurobindo’ e qualcosa accadde: sentii una tale gioia, dolcezza ed amore dentro quel nome, a quel tempo non avevo ancora sentito niente riguardo alla Madre, non avevo nemmeno visto la fotografia di Sri Aurobindo, avevo solo udito le parole ‘Sri Aurobindo’ e furono sufficienti. Qualcosa accadde dentro il mio cuore. Dopo, a sette anni, vidi una grande immagine della Madre e di Sri Aurobindo, ma all’inizio, fu sufficiente il nome ‘Sri Aurobindo’.

Quando Hriday abbandonò gli studi, fu un grande colpo per mio padre. Mio fratello fece l’esame ma non aspettò di conoscere il risultato, senza dirlo ai miei genitori, prese il treno per Pondicherry, per stare con Sri Aurobindo. Mio padre era così turbato, come aveva potuto suo figlio maggiore comportarsi in questo modo?

Mia madre volle andare immediatamente a Pondicherry e portarlo indietro. Ella disse a mio padre, “Devo andare e portarlo indietro, altrimenti non mangerò più.”

Mio padre disse: “Io non ti accompagnerò a Pondicherry.” Mia madre era pronta a digiunare fino a morire! Per tutto il giorno non mangiò, poi, a metà del secondo giorno, il cuore di mio padre si intenerì e disse: “Questo digiuno deve finire, tu devi mangiare, ti accompagnerò a Pondicherry per portarlo indietro.”

Mio padre scrisse all’Ashram e ricevette il permesso per noi tutti di andare là, per una breve visita. Dato che mio padre era l’ispettore capo della linea ferroviaria Assam-Bengala, viaggiammo fino a Pondicherry gratuitamente. Questa è la storia di come tutti noi andammo all’Ashram, per la prima volta. Io avevo solo un anno e tre mesi.

Quando arrivammo, non appena mia madre vide mio fratello Hriday, pianse e pianse e pianse. Pianse così a lungo che, alla fine, egli acconsentì a ritornare a casa con noi. Egli disse: “Va bene, non ho bisogno proprio ora della vita spirituale, quando verrà il momento, tornerò.” Poi la mia madre fisica dovette ottenere il permesso dalla Madre Divina, affinché Hriday potesse partire. Andò quindi a vedere la Madre dell’Ashram, ma la Madre non parlava bengali e il bengali di mia madre non era corretto, lei parlava solo il nostro dialetto di Chittagong,, così le mie sorelle traducevano le sue richieste in un bengali corretto e Nolini-da, il Segretario Generale dell’Ashram, traduceva tutto in inglese per la Madre.

Mia madre piangeva e piangeva, aveva programmato di dire alla Madre divina che le sarebbe stata molto grata, se avesse permesso a Hriday di tornare a casa, invece disse alla Madre dell’Ashram: “Le sono così grata per essersi assunta la piena responsabilità per mio figlio maggiore, per piacere, promettetemi che vi prenderete cura di tutti i miei figli. Essi sono venuti qui con me. Vi prenderete cura di loro? Io lascio qui mio figlio maggiore, permettetegli di stare con voi, e questi più piccoli torneranno a casa con me. Voglio che ricevano un’educazione più elevata e, quando l’avranno, mi promettete di farli tornare?”

La Madre Divina disse subito: “Si, ve lo permetto. Questo può rimanere qui, e gli altri li terrete con voi per alcuni anni, cerchiamo di dare loro una buona educazione. Vi prometto che dopo li terrò con me.”

Guardate cosa accadde! Mia madre era andata all’Ashram solo per far tornare suo figlio, invece di farlo, pregò la Madre Divina di prendersi cura degli altri suoi figli, quando fossero cresciuti.

Quando mia madre e le mie sorelle ritornarono nella casa dove vivevamo, mia madre disse: “Guardate cosa ho fatto! Sono andata per riportare a casa mio figlio maggiore e, invece di farlo, ho offerto tutti i miei figli alla Madre.” Tutti ridevano e ridevano, ed allo stesso tempo tutti ne erano commossi, perfino mio padre fu molto colpito dalla devozione di sua moglie verso la Madre. Fu così che Hriday rimase all’Ashram e tutti noi facemmo ritorno a Chittagong, con mia madre e mio padre. Sebbene Hriday avesse abbandonato gli studi, i miei genitori speravano ancora che noi potessimo continuare e ricevere un titolo di studio.

L’altro che li deluse fu mio fratello mediano, Chitta. Quando Hriday partì, Chitta stava facendo gli studi intermedi, noi li chiamiamo immatricolazione. Dopo averli terminati, Chitta avrebbe dovuto studiare per il diploma. Un giorno, egli annunciò che non avrebbe più studiato, perché voleva andare anche lui all’Ashram.

Mio padre dovette pregarlo di restare, gli disse: “Se non vuoi studiare, almeno lavora per me alla nostra banca. Quando verrà il momento, potrai sicuramente raggiungere tuo fratello all’Ashram.” Così Chitta andò a lavorare in città con mio padre.

Poi fu il turno di mia sorella Ahana. Ahana era una studentessa dall’intelligenza molto, molto vivace, superò l’immatricolazione e stava frequentando il suo primo anno di università. A quel tempo, mio padre era già morto e mia madre soffriva di gozzo, una malattia che oggi si può curare facilmente, qui in America non la considerano neppure una cosa seria, ma, per due anni, mia madre soffrì molto e poi morì. Morì neppure sei mesi dopo mio padre.

Quando mio padre morì, Hriday lasciò l’Ashram per tornare a casa e prendersi cura della famiglia, mentre mia madre moriva, aveva promesso a mia madre che sarebbe tornato dall’Ashram quando sarebbe stato per lei il momento di andarsene. Ottenne il permesso della Madre dell’Ashram dicendo: “Madre, ho promesso di andare a vedere la mia madre fisica.” La Madre dell’Ashram di Sri Aurobindo disse: “Puoi andare.” Così Hriday tornò per stare con noi.

Fu allora che Chitta disse a mia madre: “Desidero prendere il posto di Hriday all’Ashram, tu non hai bisogno di due di noi qui,” così Chitta andò a Pondicherry.

Il giorno in cui mia madre morì, io mi trovavo a casa di uno zio materno. Fu portato il messaggio ed io tornai a casa di corsa, sebbene la nostra casa distasse alcune miglia. Quando entrai nella stanza di mia madre, la sua vita poteva essere misurata in secondi, mi misi vicino a lei e lei mi prese la mano, poi sapevo che cosa stava per fare. Ella mise la mia mano nella mano di mio fratello maggiore, Hriday, a modo suo, gli stava chiedendo di assumersi la piena responsabilità per me. Mio fratello maggiore disse immediatamente, “Si, mi prenderò la responsabilità di Madal.” Poi mia madre mi sorrise, il suo ultimo sorriso, e in pochi secondi se ne andò.

Tutto ciò accadeva nella nostra casa di Chittagong, ma, lo stesso giorno, qualcosa di significativo accadde all’Ashram. Sri Aurobindo aveva due o tre segretari, il principale, Nirodbaran veniva da Chittagong, era stato un medico. Quel giorno disse a Sri Aurobindo, “La madre di Hriday soffre molto, non puoi fare qualcosa per guarirla?”

Nirodbaran sapeva che Sri Aurobindo era molto affezionato a mio fratello, anche se Hriday aveva mal di testa, Sri Aurobindo si informava sul suo stato di salute. Alle volte, Sri Aurobindo scherzava con lui e lo chiamava “il nostro discepolo-filosofo”, perché Hriday era solito fare sempre molte domande sui Veda e sulle Upanishads. A Sri Aurobindo piacevano le sue domande perché c’erano poche persone così profondamente interessate ai Veda e alle Upanishads. Mio fratello ha ricevuto centinaia di lettere scritte a mano da Sri Aurobindo.

Sri Aurobindo ebbe sempre un sentimento di compassione per la nostra famiglia. Quando Nirodbaran gli parlò delle sofferenze di mia madre, Sri Aurobindo disse subito: “Tu vuoi che io la guarisca? Che cosa posso fare? È arrivata la sua ora. È Volere di Dio che i suoi figli vengano qui.” Sri Aurobindo disse queste cose a Pondicherry verso mezzogiorno, due ore dopo, arrivò il telegramma da Chittagong. Hirday aveva mandato il messaggio a Chitta e non appena lo vide, Chitta disse: “Non devo nemmeno aprirlo, so che cosa dice.” Prima di ricevere il telegramma, Nirod-da gli aveva riferito che Sri Aurobindo aveva detto: “È venuta la sua ora.”

L’unico desiderio di mia madre era che tutti noi avessimo un diploma, questo è quello che tutte le madri sentono, ma Sri Aurobindo non volle che noi rinviassimo oltre. I diplomi non erano fatti per noi, così tutti gli studi dell’intera famiglia terminarono, con la morte di mia madre. Mia sorella Ahana lasciò l’università, a Mantu mancavano solo tre mesi per l’esame di immatricolazione, esame che avrebbe superato facilmente, ed io avevo solo dodici anni. Tutti noi sparimmo da Chittagong ed andammo a Pondicherry.

La Madre Divina mantenne la sua promessa, ed accettò tutta la famiglia. Non solo tutta la nostra famiglia se ne andò, anche i nostri parenti vollero venire con noi; non si erano mai interessati alla vita spirituale, ma poiché erano molto affezionati a noi, vennero anche loro. La Madre diede loro il permesso. Noi avevamo deciso di rimanere permanentemente, ma mio zio e mia zia materni vennero con noi, con la speranza che sarebbero riusciti alla fine a riportarci a Chittagong. Non ebbero successo, e dopo qualche tempo se ne andarono.

Nell’Ashram di Sri Aurobindo c’era una scuola dove Mantu ed io studiammo. In tutta la nostra famiglia vi erano studenti eccellenti, ma Mantu studiò solo per un anno, poi lasciò la scuola perché l’Ashram non rilasciava alcun diploma. Io continuai a studiare in quella scuola per alcuni anni, ma in matematica ero un pessimo studente!

La Madre Divina voleva che io avessi un titolo di studio, e anch’io volevo avere un diploma, in francese, da una scuola esterna all’Ashram, chiamata Calve College, a Pondicherry. Mio zio materno era molto contento che io volessi avere un diploma; a quel tempo ero pronto per la classe 10, che era il livello per l’immatricolazione, ma essi dissero che dovevo fare prima un esame e frequentare la classe 9, così andai in quel collegio per fare l’esame. Proprio prima dell’esame, l’ispettore di tutte le scuole di Pondicherry, che era un francese, disse che non erano ammessi più di quarantacinque studenti in una classe, e che non mi avrebbero accettato in quella classe.

Dissero: “ Ora devi andare nella classe 8.” Ero sbalordito. Il mio insegnante di francese dell’Ashram mi aveva accompagnato quel giorno, si chiamava Benjamin, era così gentile con noi, noi lo prendevamo in giro e lo chiamavamo “Bon Jamais”. Egli mi condusse alla classe 8. Quando arrivammo, gli insegnanti dissero che stava venendo l’ispettore e che due o tre studenti dovevano andarsene di nascosto. Io dissi: “Me ne vado.” In questo modo stavo scendendo e scendendo di livello, prima ancora che avesse inizio l’esame. Mi mettevano molto al di sotto del mio livello.

La cosa divertente fu che molti, molti anni dopo io feci un discorso in Francia. C’è un’organizzazione francese dove persone importanti vanno e fanno un discorso. Avevo visto che, proprio un giorno prima di me, quello stesso ispettore aveva tenuto un discorso in quel posto. Comunque, quella fu la fine del mio diploma. Ero così triste e disgustato che tornai a casa con Benjamin. Non rimasi a vedere se sarei stato promosso dalla classe 8. Quella sera la Madre chiese di me. Ero solito andare da lei almeno tre volte al giorno, alle volte quattro. Andai da lei e cominciai a piangere copiosamente e dissi alla Madre: “ Non voglio studiare.”

Ella mi disse: “ Perché sei andato con Benjamin? Perché non sei andato con Pavitra, il direttore della nostra scuola?” Pavitra era il segretario della Madre, era francese ed era molto rispettato, prima di entrare all’Ashram era stato un ingegnere ed un chimico. La Madre disse: “Domani andrai con Pavitra. Parlerà con loro e sicuramente ti accetteranno.”

Ero ormai così disgustato che dissi alla Madre, “Non mi sottoporrò al loro esame, ci rinuncio.”

La Madre mi chiese: “Ed allora cosa vuoi fare?”

Le dissi: “Voglio imparare solo l’inglese, non voglio più imparare nient’altro, solo l’inglese.”

Per la Madre, sentire che volevo imparare l’inglese e abbandonare il francese! Ella dava importanza solo al francese. Nella scuola dell’Ashram, si studiava il francese cinque giorni alla settimana, l’inglese due giorni e il bengali, la mia lingua madre, solo una volta la settimana. Nonostante ciò, quando avevo quindici anni ero diventato quasi un’autorità nella letteratura bengalese. La nostra biblioteca dell’Ashram aveva centinaia e centinaia di libri in bengali ed io ero solito frequentarla e studiavo privatamente. Alla scuola dell’Ashram, alle volte, dovevamo studiare la storia e la geografia in francese e perfino la matematica in francese, come era difficile la matematica! Fra tutte le materie, la matematica era il mio acerrimo nemico!

Fu così che la mia educazione formale ebbe termine. Devo confessare che dopo, molte volte, me ne dispiacqui, ma poi iniziai a scrivere in inglese ed alcuni studiosi e professori iniziarono ad apprezzare i miei articoli, i miei poemi in inglese e così via, così mi consolai. La mia sofferenza ebbe termine pochi anni dopo, ma non quella delle mie sorelle e dei miei fratelli. Mia sorella maggiore, Arpita, pianse e pianse quando abbandonai la scuola dell’Ashram.

Poi era così eccitata ed entusiasta che io andassi al 'Calve College' , ma la sua felicità non fu di lunga durata. Ora, ogni volta che vado a Pondicherry, e passo davanti a quel Collegio, provo una tale nostalgia. L’intero edificio è in pessime condizioni ma quando lo guardo, penso: “Qui è dove dovevo ottenere il diploma.”

Molti anni dopo, quando la scuola dell’Ashram cominciò a rilasciare titoli di studio, le mie sorelle mi supplicarono di tornare a scuola. Io dissi: “Ho lasciato la scuola così tanti anni fa.”

Ogni volta l’uomo si propone qualcosa, nel nostro caso era quello di laurearsi, poi Dio viene e dice: “No, no, no!” Noi siamo tentati o ispirati, ma quando agiamo in quella direzione, Dio ci ferma. È lo stesso con il mio piccolo cane Chela. Quando è al guinzaglio, gli consentiamo di allontanarsi fino ad un certo punto, poi lo tiriamo indietro. Non era il destino della nostra famiglia quello di laurearsi; le preghiere di mia madre non poterono essere appagate. Noi abbiamo studiato e studiato ma tutte le lauree sfuggirono via. Almeno mio fratello Hriday ottenne un diploma, ma avrebbe potuto andare molto oltre.

Sono così grato a mio fratello maggiore, se non fossi entrato all’Ashram, Dio sa quale sarebbe stato il mio destino. Avrebbe potuto essere completamente diverso, avrei frequentato l’Università di Chittagong, conseguito la laurea, e chissà che altro, invece la Madre Divina permise a tutta la famiglia di andare all’Ashram.

A quel tempo, nessuno diventava un membro permanente, se non dopo uno o due anni e poi consideravano che genere di persone si era. La nostra famiglia arrivò nel marzo del 1944 e dopo tre settimane la Madre disse: “Tutta la famiglia è permanente.”

Vi racconto questo perché alcuni di voi volevano laurearsi, ma non era il vostro destino. Il vostro Guru voleva la laurea, ma Dio disse no, poi Dio mi diede la mia laurea interiore, ed ora così tanti professori universitari mi stimano. Perché? Perché vedono qualcosa di spirituale dentro di me. Parlando del mio sollevamento pesi, vi sono così tante persone dedite al sollevamento pesi, con muscoli enormi, ma, dato che il mondo vede che sono diverso da loro, apprezza quello che ho fatto, vede che sono un uomo spirituale, completamente dedito alla pace. Non ho bisogno di nessun altro titolo.