Commento alla Bhagavad Gita: Il canto dell’Anima Trascendente

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Parte I

Introduzione

Leggo la Gita. Perché è l'Occhio di Dio. Canto la Gita. Perché è la vita di Dio. Vivo la Gita. Perché è l'anima di Dio. La Gita è l’immediata Visione di Dio. La Gita è la diretta Realtà di Dio.

Dicono che la Gita è un libro Indù, una scrittura estremamente significativa. Io dico che è la Luce della Divinità nell'umanità. Dicono che la Gita ha bisogno di un'introduzione. Io dico che Dio vuole veramente essere introdotto mediante la Gita.

Arjuna è l'anima umana che ascende. Krishna è l'Anima divina che discende. Finalmente si incontrano. L'anima umana dice all'Anima divina: "Ho bisogno di te." L'Anima divina dice all'anima umana: "Anche io ho bisogno di te. Ho bisogno di te per la mia auto-manifestazione. Tu hai bisogno di me per la tua auto-realizzazione." Arjuna dice: "O, Krishna, tu sei mio, assolutamente mio." Krishna dice: "O, Arjuna, non mio, non tuo. Siamo l'Unità completa, dentro, fuori."

La Gita è un episodio del sesto libro del Mahabharata. "Mahabharata" significa "Grande India", India Sublime. Questa epopea senza eguali è sei volte più grande dell'Iliade e dell'Odissea messe assieme. Il Mahabharata è sorprendente nella dimensione e sorprendente nel pensiero. La storia principale ruota attorno a una rivalità gigantesca tra due partiti di cugini. Il loro regno ancestrale era la mela della discordia. Questa rivalità alla fine portò ad una grande battaglia chiamata la Battaglia di Kurukshetra.

L'albero genealogico

Santanu aveva due mogli: Ganga e Satyavati. Bhishma è nato dall'unione di Santanu e Ganga; Chitrangada e Vichitravirya da quello di Santanu e Satyavati. Le due mogli di Vichitraviya erano Ambika e Ambalika. Dhritarashtra era il figlio di Ambika e Vichitravirya; Pandu, il figlio di Ambalika e Vichitravirya. I cento figli di Dhritarashtra erano i Kaurava; I cinque figli di Pandu, i Pandava. Yudhisthira era il legittimo erede del regno. Suo padre, Pandu, aveva regnato per un certo numero di anni, offrendo la massima soddisfazione ai suoi sudditi. Finalmente Pandu si ritirò.

Si ritirò nella foresta. A succedergli fu il figlio maggiore, Yudhisthira, e lo fece con devozione e successo. Dhritarashtra era il fratellastro più anziano di Pandu. Dio gli aveva negato la vista. Stranamente, il suo affetto per i suoi cento figli accecò anche il suo cuore. Essendo cieco, naturalmente, non era qualificato per ereditare il trono. Il figlio maggiore di Dhritarashtra era Duryodhana. I novantanove fratelli dovevano seguirlo. Yudhisthira, il figlio maggiore di Pandu, aveva solo altri quattro a seguirlo.

Yudhisthira era l'orgoglio della Verità. Duryodhana era l'orgoglio della menzogna. Attraverso i cuori illuminati dei cinque figli di Pandu, sorrise Dio. Attraverso le menti oscure dei cento figli di Dhritarashtra, sorrise il diavolo. Il diavolo riusciva spesso anche ad abbracciare il padre cieco. Il padre senza occhi fece ripetute richieste, forti e deboli, di non andare in guerra a Duryodhana, suo figlio senza occhi moralmente, psichicamente e spiritualmente. Vidura, dal cuore puro, lo zio di Duryodhana, non riuscì a gettare luce nella cocciuta testa di Duryodhana. Sanjaya, prudente auriga di suo padre, fallì ugualmente. Né ebbe successo Bhishma, la persona più vecchia e più saggia. Duryodhana pensava che la propria comprensione fosse superiore. Alla fine Sri Krishna, il Signore dell'universo, cercò ferventemente di scongiurare la dolorosa e crudele battaglia, ma in Duryodhana la notte dell'ignoranza non si sarebbe mai arresa al sole della conoscenza di Sri Krishna.

Nella Gita ci sono settecento versi. Circa seicento sono le espressioni che fanno fremere l’anima che escono dalle divine labbra del Signore Krishna, e il resto proviene dal piangente, aspirante Arjuna, dal chiaroveggente e chiaro-udente Sanjaya e dall’indagatore Dhritarashtra. Il saggio Vyasa chiese a Dhritarashtra se desiderava vedere gli eventi e avere una conoscenza diretta della battaglia, dall’inizio alla fine della battaglia. Il saggio era più che disposto a concedere la visione all’uomo cieco, ma Dhritarashtra non voleva che i suoi occhi, gli occhi che gli erano mancati per tutta la vita, obbedissero al suo comando in quell'ora terribilmente fatale per la sua coscienza e la vita del suo regno, specialmente quando i suoi figli si stavano dirigendo verso la distruzione. Declinò la gentile e generosa offerta del saggio. Il suo cuore era spietatamente torturato dall'imminente pericolo dei suoi parenti. Tuttavia, chiese al saggio di concedere il dono a qualcun altro da cui avrebbe potuto ottenere accurati rapporti sulla battaglia. Vyasa acconsentì. Egli conferì a Sanjaya il miracoloso potere psichico della visione di vedere gli episodi che avvenivano a una distanza straordinariamente grande.

La Gita è una semplice parola? No. Un discorso? No. Un concetto? No. Una specie di concentrazione? No. Una forma di meditazione? No. Che cos'è, allora? È la realizzazione. La Gita è il cuore di Dio e il respiro dell'uomo, la rassicurazione di Dio e la promessa dell'uomo.

L'Anima-Sollecitudine della Gita è l'ispirazione dell'Induismo. L’Alba-Benedizione della Gita è l'aspirazione dell'Induismo. La Luce-Compassione della Gita è l'emancipazione dell'Induismo, ma è un’assurdità affermare che la Gita è monopolio unico dell'Induismo. La Gita è proprietà comune dell'umanità. L'Occidente dice che ha qualcosa di speciale da offrire all'Oriente: il Nuovo Testamento. L'Oriente accetta l'offerta con profonda gratitudine e offre in cambio il suo più grande orgoglio, la Bhagavad Gita.

La Gita è unica. È la Scrittura delle Scritture. Perché? Perché ha insegnato al mondo che l'emozione pura, la devozione genuina può facilmente correre al passo con la solida filosofia, il dinamico non attaccamento.

Ci sono diciotto capitoli nella Gita. Ogni capitolo rivela un insegnamento specifico di una particolare forma di Yoga. Lo yoga è il linguaggio segreto dell'uomo e di Dio. Yoga significa unione, unione del finito con l'infinito, unione della forma con il senza forma. È lo Yoga che rivela il segreto supremo: l'uomo è il Dio di domani e Dio è l'uomo di oggi. Lo yoga deve essere praticato per amore della verità. Altrimenti, il ricercatore sarà tristemente deluso. Allo stesso modo, la realizzazione di Dio da parte dell'uomo è per amore di Dio, altrimenti l'inevitabile ricompensa dell'uomo sarà una frustrazione indicibile.

La Gita nacque nel 600 a.C. la sua paternità va al saggio Veda Vyasa. La Gita inizia il suo viaggio con una significativa domanda di Dhritarashtra. L'intera narrativa della Bhagavad Gita è la risposta di Sanjaya all'unica domanda di Dhritarashtra. Sri Krishna parlò, tanto, divinamente e con tutta l’anima. Arjuna parlò, poco, umanamente e con tutto il cuore. Dhritarashtra era l'ascoltatore. Il giornalista divinamente e umanamente chiaroveggente e chiaro-udente era Sanjaya. In rare occasioni Sanjaya contribuì anche con le sue riflessioni.

Sri Krishna era la relazione del corpo, l'unione del cuore, la liberazione dell'anima di Arjuna. Come Dio, illuminò Arjuna con la Verità Assoluta, come essere umano benevolo, illuminò il suo amico terreno con verità relative.

I filosofi entrano in una deplorevole controversia. Alcuni indagano su come un tale discorso filosofico possa aver luogo all'inizio di una guerra. Com'era possibile? Ci sono altri che sostengono fermamente che questo discorso così importante non solo è stato possibile ma inevitabile in quel momento, poiché era l'occasione divinamente appropriata per l’Indù di aspirazione, per scoprire il significato interiore della guerra e vivere secondo i dettami della sua anima, invece di seguire la conoscenza povera e oscura della moralità.

La Gita è il compendio dei Veda, è spontanea, è in una forma allo stesso tempo divinizzata e umanizzata. È anche il latte più puro estratto dalle mammelle delle più illuminanti Upanishad, per alimentare e nutrire l'anima umana. La Gita richiede l'accettazione della vita da parte dell'uomo e rivela la via per ottenere la vittoria del sé superiore sull’inferiore grazie all'arte spirituale della trasformazione: fisica, vitale, mentale, psichica e spirituale. La Gita incarna la saggezza dell'anima, l'amore del cuore, la conoscenza della mente, il dinamismo del vitale e l'azione del corpo.

Capitolo I: la tristezza di Arjuna

La Gita inizia con le parole Dharmakshetre Kurakshetre. "Sul campo sacro di Kurukshetra", questa è la traduzione letterale. Kshetra significa campo Dharma è una parola spirituale ed è estremamente varia nei significati, significa il codice interiore della vita, la legge morale, religiosa e spirituale, la fede vivente nell'esistenza di Dio e nella propria esistenza, dovere pieno d’anima, ingiunto particolarmente dalle Scritture, regole devote di ogni casta o setta, disponibilità a rispettare i dettami dell'anima.

La radice sanscrita della parola dharma è dhri, da tenere. Chi ci tiene? Dio. Cosa ci tiene? La Verità. Il Dharma prevale. Se non sempre, alla fine deve prevalere, poiché nel dharma c’è il vero respiro di Dio.

Duryodhana andò da Gandhari, sua madre, alla vigilia della guerra, per la sua benedizione. Si dice: “tale madre tale figlio”, ma ecco una vera eccezione. Benedisse Duryodhana dicendo: "La vittoria sarà là, dove c'è il dharma." Intendeva che Yudhisthira, il figlio di Dharma, avrebbe vinto la guerra. Ella aveva un cuore così altruista. Inoltre, il mondo attuale osserva il suo dharma unico nella sua impareggiabile accettazione del destino del marito. Dio non diede la vista a Dhritarashtra e Gandhari dimostrò la sua assoluta unità con il suo marito cieco, bendando i propri stessi occhi. Scelse la cecità, un sacrificio degno di essere ricordato e ammirato dall'umanità. Ella non vide il mondo esteriore. Le benedizioni particolari del mondo interiore fluirono su Gandhari. Il dharma del nostro corpo è il servizio, il dharma della nostra mente è l’illuminazione, il dharma del nostro cuore è l'unità, e il dharma della nostra anima è la liberazione.

Inoltre, le persone sono inclini a sostenere che il dharma significhi religione. Se sì, quante religioni ci sono? Solo una. Certamente non due, per non parlare di tre. E cosa significa la religione? Significa scoperta dell'uomo e scoperta di Dio, che sono una sola ed identica cosa.

Concentriamo ora la nostra attenzione sulla parola dharmakshetra (il campo del dharma). Perché Kurukshetra è chiamato dharmakshetra? Un campo di battaglia può essere tutto fuorché un dharmakshetra. No, la battaglia si svolse a Kurukshetra dove venivano eseguiti innumerevoli sacrifici religiosi e qualcosa di più. Kurukshetra era situata tra due fiumi sacri: il Jumna e il Saraswati nella parte nord-occidentale dell'India. Un fiume è perennemente sacro. Un fiume ospita l'acqua. L'acqua, nel dominio della spiritualità, significa coscienza e questa coscienza è sempre innocente, pura, santificante ed energizzante. Così ora veniamo a sapere perché Kurukshetra era chiamato dharmakshetra e non altrimenti.

Considerare il primo capitolo come un capitolo introduttivo e darne pochissima importanza, come fanno alcuni studiosi, interpreti e lettori, non è necessariamente un atto di saggezza. Il primo capitolo ha un significato speciale a sé stante. Riguarda il dolore di Arjuna, il suo conflitto interiore. Il povero Arjuna era lacerato dal dolore tra due idee ugualmente formidabili: doveva andare in guerra o no. Curiosamente, la madre di Arjuna, Kunti Devi, pregò il Signore Krishna di benedirla con un dolore perpetuo. Perché? Kunti Devi si rese conto che se il dolore la abbandonava e la lasciava per sempre, sicuramente non sarebbe stato necessario da parte sua invocare Sri Krishna. Il suo mondo voleva sempre il dolore, la sofferenza e la tribolazione, in modo che il suo cuore potesse costantemente custodire la presenza compassionevole del Signore. In un certo grado, possiamo ritrovare la stessa emozione in Endymion di Keats, "… ma con allegria, con allegria ella (la tristezza) mi ama caramente; ella è così costante con me e così gentile."

In realtà, dal più alto punto di vista spirituale, non possiamo accogliere la saggezza di Kunti Devi. Tuttavia, servì il suo scopo nel modo più efficace. Una persona spirituale non deve abbracciare il dolore con la speranza di ottenere la Bontà di Dio. Deve aspirare, la sua aspirazione deve rivelare la presenza di Dio in lei: l'Amore, la Pace, la Beatitudine e il Potere di Dio. Prende il dolore come un'esperienza nella sua vita. Sa anche che è Dio che sta facendo questa esperienza in lei e attraverso di lei.

È vero, il dolore purifica il nostro cuore emotivo, ma la Luce divina svolge questo compito infinitamente più efficacemente. Tuttavia non bisogna aver paura dell'arrivo del dolore nella propria vita, lungi da ciò. Il dolore deve essere trasformato in gioia eterna. Come? Con la crescente aspirazione del nostro cuore insieme con la Compassione di Dio che sempre fluisce. Perché? Perché Dio è tutto gioia, e ciò che noi umani vogliamo è vedere, sentire, realizzare e infine diventare Dio, il Beato.

Si vedevano ora i principali guerrieri da entrambe le parti. Alcuni erano desiderosi di combattere per mostrare il loro grande valore, mentre c'erano guerrieri ineguagliabili, come Bhishma, Drona e Kripa, che combattevano solo per obbligo morale. Sul campo di battaglia stesso, poco prima che si svolgesse la vera battaglia, Yudhisthira camminava a piedi nudi verso l'esercito avversario, precisamente verso Bhishma e Drona e altri sostenitori, per avere le loro benedizioni. Bhishma, mentre benediceva Yudhisthira dagli intimi recessi del suo cuore, disse: "Figlio, il mio corpo combatterà, mentre il mio cuore sarà con te e con i tuoi fratelli. Tua è la Vittoria destinata." Drona, mentre benediceva Yudhisthira, esclamò: "Sono una vittima del dovere. Combatterò per i Kaurava, vero, ma tua sarà la vittoria. Questa è l'assicurazione del mio cuore di Bramino."

Finite le benedizioni, Yudhisthira ritornò. Là suonarono innumerevoli trombe, conchiglie, tamburi di guerra e corni. Gli elefanti barrirono, i cavalli nitrirono. Si scatenò la tempesta più selvaggia.

Le frecce volavano come meteore nell'aria. Dimenticato era il dolce, vecchio affetto. Rotti erano i legami di sangue. La morte cantava la mortale canzone. Qui possiamo ricordare “La carica della Brigata leggera” di Tennyson:

Cannone alla loro destra,
Cannone alla loro sinistra
Cannone di fronte a loro
Che sparano e tuonano;

Presi d’assalto con proiettile e corazza,
Coraggiosamente e bene cavalcarono
Nelle fauci della morte.

Il cannone non era stato inventato nei tempi antichi, ai tempi del Mahabharata, ma la scena della morte era la stessa, con frecce, spade, mazze e proiettili. Inutile dire che dobbiamo identificarci con le frecce, le mazze e i ruggiti da leone degli eroi di Kurukshetra e non con le grandiose imprese della guerra di oggi. La gioia di conoscere le imprese dell’antico passato è allo stesso tempo irresistibile e insondabile.

Arjuna esclamò: "Ti prego, metti il mio carro, O Krishna, tra le due formazioni di battaglia in modo da poter vedere coloro che hanno sete di battaglia." Egli ispezionò la scena della battaglia. Ahimè, vide tra gli avversari mortali quelle anime molto umane che aveva sempre considerate care e vicine. Sopraffatto dal tenebroso dolore, Arjuna, per la prima volta nella sua vita di incomparabile eroismo, diede un'espressione impensabile al suo sgomento: "Il mio corpo rabbrividisce, la mia bocca è arida, le mie membra cedono, la paura mi tortura dappertutto, i miei capelli si rizzano, il mio arco scivola via dalla mia mano e la mia mente vacilla. Per me è difficile anche stare in piedi. Krishna, non cerco vittoria su di loro, i miei attuali nemici. Erano miei cari. Lo sono ancora. Non cerco né regno né agiatezza. Lasciali attaccare, lo vogliono e lo faranno, ma non scaglierò la mia arma su di loro, nemmeno per la suprema sovranità dei tre mondi, per non parlare della terra!"

Con un'arma morale dopo l'altra, Arjuna attaccò Sri Krishna. Era determinato a gettare via definitivamente le sue armi da guerra. Iniziò la sua filosofia con la giusta anticipazione del massacro dei suoi parenti, la terribile calamità della distruzione della famiglia. Sottolineò che la virtù sarebbe stata persa, la famiglia sarebbe stata catturata dalla morsa del vizio. Tutto ciò era dovuto alla mancanza di leggi. Quando predomina la mancanza delle leggi, le donne della famiglia diventano corrotte; se le donne sono corrotte, si manifesta la confusione delle caste.

Una parola sulla confusione di caste. L'India è ancora ridicolizzata senza pietà per essersi aggrappata al sistema delle caste. In realtà, la casta è unità nella diversità. Ogni casta è come un arto del corpo, le quattro caste: Bramino (il sacerdote), Kshatriya (il guerriero), Vaishya (l'agricoltore) e Sudra (il lavoratore). Osserviamo l'origine delle caste nei Veda. Il Bramino è la bocca del Purusha, il Supremo personificato. Il Rajanya (lo Kshatriya) è le due braccia del Purusha; il Vaishya, le sue due cosce; il Sudra, i suoi due piedi.

In connessione con la distruzione delle caste, Arjuna dice anche al Signore Krishna che tutto sta conducendo verso un peccato pericoloso. Nel mondo occidentale, sfortunatamente, la parola "peccato" sembra incombere su ogni aspetto della vita. È qualcosa di più fatale della perdizione. Prego gli occidentali di essere scusato, il peccato è parte integrante della vita. In Oriente, specialmente in India, la parola peccato ha un significato diverso. Significa imperfezione, niente di più e niente di meno. La coscienza umana procede dall'imperfezione alla perfezione. I Veggenti delle Upanishad non diedero importanza al peccato. Hanno insegnato al mondo la serenità, la santità, l'integrità e la divinità dell'uomo.

Per tornare al povero Arjuna, disse: "Lascia che i figli di Dhritarashtra, pieni di armi, pongano fine alla mia vita, mentre io sono disarmato, senza opporre resistenza. Preferisco in tutta sincerità la mia morte alla nostra vittoria!"

Così, Arjuna, l'eroe supremo! Gettando via il suo arco e le sue frecce, dolorosamente, palpitante e con tutta l’anima, sprofonda nella parte posteriore del suo carro.

"Combattere non è per Arjuna. Krishna, non combatterò."

* Capitolo II: la Conoscenza

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Questo capitolo è intitolato Sankhya-Yoga, "Lo Yoga della conoscenza." Gli argomenti di Arjuna contro la guerra erano molto plausibili per la nostra comprensione umana. Sri Krishna lesse il cuore di Arjuna. La confusione si scatenò nella mente di Arjuna. Confuse il sentimento non virile nel suo sangue Kshatriya come suo amore per l'umanità, ma Arjuna non mancava mai di sincerità. La sua bocca diceva quello che sentiva il suo cuore. Sfortunatamente la sua sincerità ospitava inconsciamente l'ignoranza. Krishna voleva illuminare Arjuna: "O, Arjuna, nel tuo discorso sei un filosofo, nella tua azione non lo sei. Un vero filosofo non piange né per i vivi né per i morti, ma Arjuna, tu sei triste e addolorato. Dimmi, perché piangi la futura morte di questi uomini? Tu esistevi, io esistevo, e anche loro. Non smetteremo mai di esistere."

Abbiamo appena citato la filosofia di Arjuna. A dire il vero, anche noi in quel frangente ci saremmo comportati così. La vera filosofia è veramente difficile da studiare, più difficile da imparare e più difficile da vivere.

La parola sanscrita per la filosofia è Darshan, che significa vedere, avere visione. La significativa osservazione di Sri Ramakrishna dice: "In passato, le persone avevano visioni (darshan), ora le persone studiano Darshan (filosofia)!"

Altrettanto significativo è il messaggio dell'Antico Testamento: "I tuoi vecchi dovranno sognare, i tuoi giovani avranno visioni". Arjuna per la prima volta arrivava ad imparare da Sri Krishna che la sua convinzione umana riguardante la vita e la morte non era fondata sulla verità. Sentiva di essere distolto dalle illusioni. Pregò Sri Krishna per l'illuminazione: "Sono il tuo umile discepolo. Insegnami, dimmi cosa è meglio per me." Per la prima volta, la parola discepolo scaturì dalle labbra di Arjuna.

Fino ad allora, Sri Krishna era stato suo amico e compagno. Il discepolo apprese: "La Realtà che pervade l'universo è la Vita immortale. Il corpo è perituro, l'anima, il reale nell'uomo, o il vero uomo, è immortale, senza morte. L'anima non uccide né viene uccisa. Oltre la nascita e la morte, costante ed eterna è l'anima. Il conoscitore di questa verità non uccide né causa il massacro."

Arjuna doveva combattere la battaglia della vita e non la cosiddetta battaglia di Kurukshetra. La forza l’aveva. Aveva bisogno di saggezza. Aveva la consapevolezza crepuscolare della mente fisica. Aveva bisogno della coscienza luminosa e solare della divinità dell'anima.

Sri Krishna usava i termini Nascita, Vita e Morte.

La Nascita

La nascita è il passaggio dell'anima da un corpo inferiore a uno superiore nel processo di evoluzione, nel corso del viaggio della reincarnazione dell'anima. Il sistema Sankhya afferma l'identità assoluta di causa ed effetto. La causa è l'effetto coinvolto silenziosamente e segretamente e l'effetto è la causa che di evolve attivamente ed apertamente. L'evoluzione, secondo la filosofia Sankhya, non può mai esistere dal nulla, da zero. L'aspetto di "è" può essere solo dall'esistenza di "era". Lasciateci riempire le nostre menti con l'espressione immortale di Wordsworth da Annunci dell’Immortalità:

La nostra nascita non è che un sonno e un dimenticare:
L'Anima che sorge con noi, la Stella della nostra vita,
Ha avuto altrove la sua impostazione,
E viene da lontano:
Non in completo oblio,
E non nella totale nudità,
Ma filanti nuvole di gloria noi veniamo
Da Dio che è la nostra casa:

Qui il poeta ci trasporta nel mistero del viaggio eterno dell'anima e ci ricorda la Fonte perenne.

La Vita

Cos'è la vita? È l'unica opportunità dell'anima di manifestare e soddisfare il Divino qui sulla terra. Quando la vita inizia il suo viaggio, l'infinito stringe ad essa la mano. Quando il viaggio è a metà, l'Eternità le stringe la mano. Quando il viaggio della vita è completo, l'Immortalità le stringe la mano. La vita vive la vita della perfezione quando vive nella spiritualità. Quando la vita vive nella spiritualità, il respiro di Dio, si erge ben al di sopra dei comandi della moralità e delle esigenze del dovere.

Dio dice alla vita umana: "Alzati, sveglia, aspira! Tua è la meta." La vita umana dice a Dio: "Aspetta, sto riposando. Sto dormendo. Sto sognando. "Improvvisamente la vita si vergogna della sua condotta. Piange, dice: "Padre, vengo". Palpitante, dice: "Padre, sono venuta." Sorridendo, dice: "Padre, sono arrivata."

La vita, il problema, può essere risolta dall'anima, la soluzione, ma per questo, bisogna prima essere risvegliati dall'interno.

La Morte

Colui che vive la vita interiore sa che la morte è veramente la sua stanza di riposo. Per lui, la morte è tutt'altro che l'estinzione. È una partenza significativa. Quando la nostra coscienza è divinamente trasformata, la necessità della morte non sorgerà affatto. Per trasformare la vita, abbiamo bisogno di Pace, Luce, Beatitudine e Potere. Noi aneliamo a queste qualità divine. Esse anelano alla nostra aspirazione. Sono ugualmente ansiose di concederci la vita eterna, ma finché il nostro corpo, vitale, mente, cuore e anima non aspireranno assieme, il Potere divino, la Luce, la Beatitudine e la Pace non potranno possederci.

Il corpo ha la morte, ma non l'anima. Il corpo dorme, l'anima vola. Ricordiamoci in questo capitolo della Gita, le parole che commuovono l'anima sulla morte e sull'anima: "Come l'uomo scarta i vestiti vecchi per i nuovi, così l'abitante del corpo, l'anima, lasciando da parte i corpi logori, entra in nuovi corpi. L'anima migra da un corpo all'altro. Le armi non possono ferirla, né il fuoco consumarla, né l'acqua inzupparla, né il vento asciugarla." Questa è l'anima e questo è ciò che si intende per esistenza dell'anima. Ora ci sarà consigliato di osservare l'esistenza della morte, se ce n'è una, nelle importanti parole di Sri Aurobindo, il fondatore dello Yoga integrale: "La morte," esclama, "non ha un'esistenza separata per se stessa, è solo il risultato del principio di decadenza nel corpo e quel principio esiste già, fa parte della natura fisica. Allo stesso tempo non è inevitabile, se si può avere la consapevolezza e la forza necessarie, la decadenza e la morte non sono inevitabili."

Ciò che chiamiamo morte è non è nient’altro che ignoranza. Possiamo risolvere il problema della morte solo quando sappiamo cos'è la vita. La vita è eterna È esistita prima della nascita e esisterà dopo la morte. La vita esiste anche tra la nascita e la morte. È al di là della nascita e della morte. La vita è infinita La vita è immortale Un ricercatore della Verità infinita non può sottoscrivere l'affermazione di Schopenhauer: "Desiderare l'immortalità è desiderare l'eterna perpetuazione di un grande errore." Non c'è ombra di dubbio che sia l'incessante cercatore nell'uomo che è la vita dell'Immortalità, perché la sua mera esistenza indica la Visione Suprema che illumina l'universo e la Realtà Suprema che realizza la creazione. Arjuna il discepolo apprese ulteriormente: "Fai il tuo dovere. Non vacillare. Non essere debole di cuore. Sei uno Kshatriya. Non può esserci un invito più grande di quello di una guerra giusta per uno Kshatriya."

Il dovere di uno Kshatriya (il guerriero) non può mai essere il dovere di un asceta. Né un asceta dovrebbe svolgere il compito di uno Kshatriya. Anche uno Kshatriya non deve seguire il percorso di uno che rinuncia al mondo. L'imitazione non è per un cercatore. "L'imitazione è un suicidio", così apprendiamo da Emerson.

Il dovere di un guerriero è combattere, combattere per l'affermazione della verità. "Nella sua vittoria, l'intera terra diventa sua, nella sua morte, lo accolgono le porte del paradiso".

Sri Krishna svelò il sentiero di Sankhya (conoscenza) ad Arjuna: "Arjuna, prendile come una sola cosa, vittoria e sconfitta, gioia e tristezza, guadagno e perdita. Non preoccuparti per loro. Combatti! Combattendo in tal modo non si incorre in alcun peccato."

L'insegnante rivelò il percorso della conoscenza (Sankhya). Ora voleva insegnare allo studente la via dell'azione (Yoga). Arjuna imparò sorprendentemente che questa via, la via dell'azione, la seconda via, è fruttuosa e gli porterà anche la liberazione. La verità sublime è: "L'azione è tuo diritto di nascita, non il risultato, non i suoi frutti. Non lasciare che i frutti dell'azione siano il tuo obiettivo, e non essere attaccato all'inazione. Sii attivo e dinamico, non cercare alcuna ricompensa." Possiamo simultaneamente accendere la fiamma della nostra coscienza con la tradizione dell'Isha Upanishad: "L'azione ferisce non l'uomo."

Abbiamo già usato il termine Yoga. Cos'è lo Yoga? "Equanimità," dice Sri Krishna, "è Yoga." Dice anche: "Lo Yoga è sapiente saggezza in azione." Il progresso interiore di Arjuna è impressionante. Ora egli sente la necessità di liberarsi dalla vita di desiderio. Sri Krishna gli insegna come può distaccarsi totalmente dalla vita di schiavitù dei sensi come una tartaruga ritira con successo le sue membra da tutte le direzioni. Il ritiro dei sensi, o il ritiro dagli oggetti dei sensi, non indica affatto la fine del viaggio dell'uomo: "Il semplice ritiro non può porre fine alla nascita del desiderio. Il desiderio scompare solo quando appare il Supremo. Alla sua presenza la vita del desiderio perde la sua esistenza. Non prima."

Questo secondo capitolo getta una luce considerevole su Sankhya (conoscenza) e Yoga (azione). Il Sankhya e lo Yoga non sono mai in conflitto tra loro. Uno è la conoscenza meditativa distaccata e l'altra è l'azione dedicata e disinteressata. Hanno la stessa Meta. Seguono solo due percorsi diversi per arrivare alla Meta.

Per tornare alla vita dei sensi. La vita dei sensi non deve essere interrotta. La vita dei sensi deve essere vissuta nel Divino e per il Divino. È il ritiro interiore, e non il ritiro esteriore, che è imperativo. L'animale nell'uomo deve arrendersi al Divino nell'uomo per la sua totale trasformazione. La vita del piacere animale deve perdere il suo respiro vivente e bruciante nella vita onnipervasiva della Beatitudine divina.

La Katha Upanishad proclama gli scalini della scala che sempre sale.

Più elevati dei sensi sono gli oggetti del senso,
Più elevata degli oggetti dei sensi è la mente,
Più elevato della mente è l'intelletto,
Più elevato dell'intelletto è il Sé,
Più elevato del Sé è il Non-manifesto,
Più elevato del Non-Manifesto è il Supremo personificato,
Il più elevato è questo Supremo, la Meta finale.

Abbiamo visto cosa succede quando saliamo. Osserviamo cosa succede quando rimuginiamo sugli oggetti dei sensi. La Gita dice: "Dimorando negli oggetti dei sensi nasce l'attaccamento, l'attaccamento dà nascita al desiderio. Il desiderio (insoddisfatto) fa nascere la vita della rabbia. Dalla rabbia scaturisce l'illusione, dall'illusione la confusione della memoria. Nella confusione della memoria si perde la saggezza del ragionamento. Quando la saggezza non si trova da alcuna parte, si ha distruzione dentro, fuori, sotto e sopra." La danza della distruzione è conclusa. Struggiamoci per la salvezza. Solo l'aspirante disciplinato e autocontrollato sarà benedetto dal flusso di pace. Infine, l'aspirante sarà abbracciato dalla Salvezza, l'Illuminazione interiore.

Capitolo III: l’Azione

Grazie alla nostra identificazione con il cuore di Arjuna, siamo pronti a sentire, all'inizio del terzo capitolo, che siamo proiettati nel mondo della spietata confusione e dell’immenso dubbio. Arjuna desidera un sollievo immediato dalla sua tensione mentale, vuole sentire una decisiva verità. La sua impazienza gli impedisce di vedere la verità totale in tutti i suoi aspetti. Nel capitolo precedente, il suo divino Maestro, Sri Krishna, esprime il suo profondo apprezzamento per il Sentiero della Conoscenza, ma, allo stesso tempo, dice ad Arjuna della grande necessità di agire. Il Maestro, inutile dirlo, non aveva la minima intenzione di gettare lo studente nel mare della confusione, lungi da questo. Ciò che Arjuna richiedeva era una visione più ampia della verità e un significato più profondo della Realtà. Quando vediamo attraverso gli occhi di Arjuna, vediamo che il suo è un mondo di idee contrastanti, ma quando vediamo attraverso gli occhi di Sri Krishna, vediamo un mondo di aspetti complementari della Verità onnipervadente e che tutto-sostiene.

Conoscenza e azione, credeva Arjuna, lo avrebbero condotto allo stesso obiettivo. Perché allora è condannato o si aspetta di procedere a stento attraverso lo spargimento di sangue, ingiunto dall'azione?

È vero, il cielo mentale di Arjuna era coperto da pesanti nuvole, ma il suo cielo psichico si struggeva per la vera illuminazione. La sua potente domanda è: "Se consideri la conoscenza superiore all'azione, perché spingermi in questa azione terribile?"

Sri Krishna ora dice: " Ci sono due percorsi, Arjuna. Te l'ho già detto. Il Sentiero della Conoscenza e il Sentiero dell'Azione. Attraverso l'arte divina della contemplazione, l'aspirante segue il Sentiero della Conoscenza. Attraverso la spinta dinamica del lavoro altruistico, il ricercatore segue la Via dell'Azione."

La Conoscenza sente che il mondo interiore è il mondo reale. L'Azione sente che il mondo esteriore è il mondo reale. Il Sentiero della Conoscenza entra all’interno dall'esterno, mentre il Sentiero dell'Azione entra all'esterno dall’interno. Questa è la differenza, ma questa apparente dualità non può mai essere l'intera verità, la Verità Finale.

C'è un proverbio arabo che dice:

Ci sono quattro tipi di uomini:
Colui che non conosce e non sa di non sapere:
è un pazzo - evitalo;
Colui che non conosce e sa di non sapere:
è semplice - insegnagli;
Colui che conosce e non sa di sapere:
è addormentato - sveglialo;
Chi conosce e sa di sapere:
è saggio: seguilo.

Anche Arjuna ha dovuto attraversare questi quattro stadi di evoluzione. Alla fine del primo capitolo, dichiara: "O Krishna, non combatterò." Non sapeva cosa fosse la Verità, tuttavia ignorava questo fatto. Krishna, essendo tutta Compassione, non poteva trascurare il suo carissimo Arjuna: "Prego, dimmi cosa è meglio per me." Qui la semplice sincerità di Arjuna tocca la profondità del cuore di Sri Krishna e il Maestro inizia a istruire l'aspirante.

Arjuna aveva conosciuto per tutta la sua vita che l'eroismo era il respiro stesso di uno Kshatriya come lui, ma la sua mente temporaneamente eclissò questa conoscenza interiore. Era nel mondo del sonno ingannevole. Quindi Sri Krishna dovette svegliarlo, dicendo: "Arjuna, combatti! Nella vittoria, godrai della sovranità della terra; nella morte, spalancate sono le porte del Paradiso."

Alla fine Arjuna si rese conto che Sri Krishna non solo conosceva la verità, ma anche era la Verità. Quindi voleva seguire Sri Krishna. Gridò: "Saranagata, Tu sei il mio rifugio. Sono al tuo comando."

Chi segue la Via dell'Azione è per sua natura semplice, dice Krishna. È semplice, la sua azione è diretta, il risultato è immediato. Arjuna, tuttavia, vuole la libertà dall'azione, che è a dir poco impossibile. L'azione è fatta non solo dal corpo, ma anche nel corpo dalla mente. L'azione gioca il suo ruolo anche nei livelli consci e inconsci del proprio essere. L'azione non può morire. Non può mai sognare una fuga fintanto che gli impulsi della natura sono vivi. L'azione ci lega solo quando leghiamo l'azione con le nostre simpatie e antipatie. L'albero-azione cresce dentro di noi con i suoi frutti velenosi o pieni di nettare.

Secondo Shankara, si può dubitare dell'esistenza di Dio, ma è impossibile dubitare della propria esistenza. Un essere umano, se ha un po’ di buon senso, crede nella propria attuale esistenza. Se gli interessa fare un passo avanti, deve accettare l'esistenza innegabile del destino. E cos’è il destino? Il destino è l'esperienza in evoluzione della propria coscienza. Questa esperienza non è né oscura né incerta. È la necessaria inevitabilità di una legge cosmica che cerca la sua manifestazione esteriore nella perfetta Perfezione.

Azione e reazione sono il dritto ed il rovescio della stessa medaglia. A volte possono sembrare due terribili nemici. Tuttavia, la loro pari capacità è innegabile. Il Figlio di Dio ha fatto la nobile dichiarazione: "Chi di spada ferisce di spada perisce."

L'azione in sé non ha un potere vincolante, né ne ha bisogno. È il desiderio nell’azione che ha il potere di legarci e dirci che la libertà non è per i mortali, ma se, nell’azione, il sacrificio appare grande, o se l'azione è compiuta con uno spirito di sacrificio, o se l'azione è considerata un altro nome per il sacrificio, allora l'azione è perfezione, l'azione è illuminazione, l'azione è liberazione.

Per colui che è incarnato, l'azione è una necessità, l'azione è un dovere. L'uomo è il risultato di un sacrificio divino. È il sacrificio che può vedere la verità e realizzare l'esistenza dell'uomo. Solo nel sacrificio vediamo la connessione e il legame appagante tra un individuo e l'altro. Senza dubbio il mondo sta progredendo e si sta evolvendo. Tuttavia, nel mondo occidentale il sacrificio è spesso considerato sinonimo di stupidità e ignoranza. Per citare William Q. Judge, uno dei primi principali teosofi: "Sebbene Mosè abbia stabilito sacrifici per gli ebrei, i successori cristiani li hanno aboliti sia nello spirito che nella lettera, con una curiosa incoerenza che permette loro di ignorare le parole di Gesù che ‘non passerà nemmeno un pezzo della legge fino a quando tutte queste cose non saranno state soddisfatte’." Per essere sicuri, l'Oriente di oggi non fa eccezione.

Cos'è il sacrificio? È la scoperta dell'unione universale. Nel Rig-Veda osserviamo il Supremo Sacrificio fatto dal saggio Brihaspati:

"Devebhyah kam avrinit mrtyam...
La morte scelse, per il bene degli dei, non scelse l'immortalità per il bene dei mortali."

Il sacrificio è il segreto del servizio auto-dedicato. Era la paura o qualche altro dubbio motivo che costringeva le menti primitive a dedicarsi al sacrificio. Pensavano che gli occhi degli dei cosmici avrebbero emesso fuoco se non avessero sacrificato animali come offerta. Almeno erano abbastanza intelligenti da non sacrificare i bambini, i parenti e i loro cari. Il Supremo voleva e vuole ancora e vorrà sempre il sacrificio da entrambi: gli esseri umani e gli dei, per il loro beneficio reciproco. È il loro reciproco sacrificio che rende entrambe le parti una e indivisibile. Gli uomini offriranno la loro aspirazione; gli dei offriranno la loro illuminazione. Un uomo di vera soddisfazione è un uomo di offerte consacrate. Il peccato non gli si può nemmeno avvicinare. L'attenzione deve essere data prima all'intera umanità, poi all'esistenza individuale. Il lavoro fatto nello spirito dell'offerta più pura conduce un aspirante alla dimora della beatitudine perfetta.

Il possesso non dà alcuna soddisfazione, finché l'ego respira in noi. Il grande re Janaka lo sapeva. Non c'è da stupirsi che Janaka fosse amato soprattutto dal Saggio Yagnyavalka. I suoi discepoli bramini pensavano che Janaka aveva ricevuto la preferenza solo perché era re. È ovvio che Dio non avrebbe permesso al Saggio Yagnyavalka di subire tali critiche. Allora, cosa successe? Mithila, la capitale di Janaka, cominciò a bruciare con fiamme alte e aggressive. I discepoli corsero, lasciarono il loro precettore, si affrettarono verso le rispettive case. Per che cosa? Solo per salvare i loro panni. Tutti fuggirono tranne Janaka. Egli ignorò le sue ricchezze e tesori che bruciavano nella città. Janaka rimase con il suo Guru, Yagnyavalka, ad ascoltare il discorso pieno di nettare del saggio: "Mithilayam pradagdhayam namekincit pranasyati…" "Nulla posso perdere anche se Mithila può essere ridotta in cenere." Finalmente i discepoli arrivarono a conoscere perché il loro Guru preferiva di più Janaka. Questa è la differenza tra un uomo di saggezza e un uomo di ignoranza. Un uomo ignorante sa che quello che ha è il corpo: un uomo saggio sa che ciò che ha e ciò che è, è l'anima, quindi per lui i bisogni dell'anima sono di fondamentale importanza.

Sri Krishna rivelò ad Arjuna il segreto del conseguimento di Janaka della realizzazione del Sé e della Salvezza. Janaka agì con distacco. Agì per il bene dell'umanità, essendo stato sovraccaricato della luce e della saggezza della divinità. In effetti, questo è il percorso del nobile. Krishna voleva che Arjuna percorresse questa strada, in modo che il mondo lo seguisse. Forse Arjuna non era pienamente convinto. Per convincere Arjuna pienamente e senza riserve, Krishna si mise in gioco. Diede l'esempio di Se stesso: "Nulla ho da fare nei tre mondi, né c'è qualcosa che valga la pena ottenere, che non sia raggiunto da me; eppure lavoro perennemente, ho sempre la mia esistenza in azione. Se non lavoro, i mondi periranno."

Sri Krishna voleva che Arjuna fosse liberato dalle catene dell'ignoranza. L'unico modo in cui Arjuna poteva farlo era agire senza attaccamento. Sri Krishna disse ad Arjuna il segreto supremo: "Dedica ogni azione a Me, con la tua mente fissa su di Me, il Sé in tutto…"

Tutti gli esseri devono seguire la loro natura. Non esiste alcuna via di fuga, né potrà esserci. Cosa può fare l’autocontrollo? Il dovere dell'uomo è la sua impareggiabile Benedizione Celeste. Uno deve sapere qual è il proprio dovere. Una volta che il dovere è noto, deve essere eseguito fino all'ultimo.

"Ho dormito e ho sognato che la vita era bellezza;
Mi sono svegliata e ho scoperto che la vita era dovere.
— Ellen S. Hooper, Bellezza e Dovere"

Il dovere della vita, compiuto con un flusso spontaneo di auto-offerta all'umanità sotto la guida espressa dell'essere interiore, può solo trasformare la vita in Bellezza, la Bellezza celeste del mondo interiore e la Bellezza terrena del mondo esteriore.

Il dovere di Arjuna era combattere, perché era uno Kshatriya, un guerriero. Questo combattimento non era per il potere, ma per l'affermazione della verità sulla menzogna. Le parole incoraggianti e ispirative di Sri Krishna riguardo al proprio dovere individuale richiedono tutta la nostra ammirazione: "Meglio sempre il proprio dovere, possa esso essere sempre così umile, di quello di un altro, comunque allettante. Persino la morte porta in sé la beatitudine se nell'esercizio del proprio dovere, destinato al pericolo sarà colui che compie il dovere imposto ad un altro."

Arjuna ha ora un'altra domanda, piuttosto pertinente, e questa è la sua ultima domanda in questo capitolo: "Spinto da cosa, O Krishna, un uomo commette peccato nonostante lui non voglia?" "Kama, Krodha," risponde Krishna, "desiderio e rabbia, questi sono i nemici ostili dell'uomo".

Il desiderio è insaziabile. Una volta che il desiderio nasce, non sa come morire. L'esperienza del desiderio di Yayati può illuminarci abbondantemente. Citiamo la sua sublime esperienza. Il re Yayati era uno degli illustri antenati dei Pandava. Era completamente ignaro della sconfitta. Era ben competente degli Shastra (scritture). Immenso era il suo amore per i sudditi del suo regno. Intensa era la sua devozione verso Dio. Tuttavia, il suo destino fu crudele. Suo suocero, Sukracharya, il precettore degli asura (demoni), gli scagliò una fatale maledizione e fu costretto a sposare Sharmistha oltre alla figlia Devayani. Sukracharya maledì Yayati con una vecchiaia prematura. Inutile dire che la maledizione ebbe un effetto immediato. L'inimitabile orgoglio della virilità di Yayati fu spietatamente colpito dall'età. Invano il re implorò per il perdono. Tuttavia, Sukracharya si calmò un po': "Re," disse, "sto diminuendo la forza della mia maledizione. Se qualche essere umano accetta di scambiare la bellezza e la gloria della sua giovinezza con te, con lo stato deplorevole del tuo corpo, allora tornerai al culmine della tua giovinezza."

Yayati aveva cinque figli. Pregò i suoi figli, li tentò con il trono del suo regno, li persuase in ogni modo possibile ad accettare uno scambio di vita. I suoi primi quattro figli rifiutarono dolcemente e prudentemente. Il più giovane, il più devoto Puru, accettò volentieri la vecchiaia di suo padre. Così, Yayati fu subito trasformato nel fiore della sua giovinezza. In pochissimo tempo, il desiderio entrò nel suo corpo e gli ordinò di godersi la vita fino all'ultima goccia. Si innamorò disperatamente di una Apsara (ninfa) e passò molti anni con lei. Ahimè, il suo desiderio insaziabile non poteva essere placato dall'auto-indulgenza, mai. Alla fine realizzò la verità. Finalmente, con affetto, disse al suo amato figlio Puru: "Figlio, oh figlio mio, impossibile da estinguere è il desiderio sensuale. Non può mai essere placato dall'indulgenza tanto quanto spegnere il fuoco versando ghee (burro chiarificato) in esso. A te rendo la tua giovinezza. A te io dono il mio regno come promesso. Governa il regno devotamente e saggiamente." Yayati ritornò nella sua vecchiaia. Puru riacquistò la sua giovinezza e governò il regno. Yayati trascorse il resto della sua vita nella foresta praticando austerità. A tempo debito Yayati esalò là il suo ultimo respiro. L'uccello dell'anima tornò alla sua dimora di gioia.

Si può citare una giusta osservazione di Bernard Shaw sul desiderio per aggiungere gloria a questa esperienza di Yayati. Shaw disse: "Ci sono due tragedie nella vita. Una è quella di non ottenere ciò che si desidera di cuore. L'altra è ottenerlo. " — Uomo e Superuomo.

Il ruolo del desiderio è finito. Ora saltiamo nella furia della Rabbia. Il desiderio insoddisfatto genera rabbia. La rabbia è l'elefante pazzo nell'uomo. Con nostra grande sorpresa, la maggior parte dei famosi saggi indiani dell’antico passato trovava quasi impossibile conquistare la rabbia. Erano soliti maledire gli esseri umani a proposito e a sproposito, a volte, anche senza alcuna ragione. Il saggio Durvasa nel Mahabharata raggiunse la cima della lista dei saggi consumati con successo dalla rabbia. Era contemporaneamente austerità incarnata e ira incarnata.

Soddisfatto il desiderio, la vita cresce in un letto di spine. Conquistato il desiderio, la vita cresce in un letto di rose. Trasformato il desiderio in aspirazione, la vita vola nella più elevata liberazione, la vita cena con la salvezza del Supremo.

Capitolo IV: Conoscenza, azione e sacrificio

Nel secondo e terzo capitolo della Gita, Sri Krishna ha benedetto Arjuna con alcuni lampi di luce Yogica. Nel presente capitolo, benedice Arjuna con un flusso di luce spirituale. Espone ampiamente e apertamente i segreti dello Yoga. È difficile per Arjuna credere che Sri Krishna abbia insegnato questo eterno Yoga a Vivaswan (il Dio Sole). Vivaswan lo offrì a suo figlio Manu, e Manu lo impartì a suo figlio Ikshwaku, da lui è stato tramandato ai nobili Rishi. Molto prima della nascita di Sri Krishna, Vivaswan vide la luce del giorno. Naturalmente la dichiarazione di Sri Krishna avrebbe gettato Arjuna in un mare di confusione. L'eterno mistero della reincarnazione viene ora rivelato. Dice Krishna: "Arjuna, tu ed io siamo passati attraverso innumerevoli nascite. Le conosco tutte, la tua memoria ti tradisce. Sebbene io sia senza nascita e senza morte e il Signore Supremo di tutti gli esseri, mi manifesto nell'universo fisico attraverso la mia stessa Maya, mantenendo la mia Prakriti (Natura) sotto controllo."

Maya

Maya significa illusione. Significa anche l'irrealtà delle cose effimere; l'irrealtà è personificata come una donna, che è anche chiamata Maya. Le parole Dharma e Maya sono l'espressione costante e spontanea dell'anima indiana. Secondo Shankara, la vetta più elevata dei conoscitori dei Vedanta, c'è solo una Realtà Assoluta, il Brahman, senza un secondo. L'advaita o monismo, derivante dal Vedanta, è la sua filosofia epocale. C'è solo il Brahman. Non esiste nulla al di fuori del Brahman. Il mondo che sta davanti al nostro occhio mentale è un'illusione cosmica, una prigione ingannevole. È solo quando la vera conoscenza nascerà in noi che saremo in grado di liberarci dalle maglie dell'ignoranza e dalle insidie della nascita e della morte. Una cosa che è, è reale. Una cosa che appare, è irreale. Una vita eterna è reale. L'ignoranza e la morte sono irreali. Maya è una specie di potere pieno di mistero. Sappiamo che l'elettricità è un potere, ma in realtà non sappiamo cos'è. La stessa verità è applicabile a Maya. Dio usa il Suo Potere di Maya per entrare nel campo della manifestazione. È il processo del Divenire dell'Uno nei molti e di nuovo il Ritorno dei molti nell’Uno originale.

Prakriti

Prakriti significa natura. È la causa materiale e la causa originale di ogni cosa nella creazione manifestata. Purusha è la Faccia silenziosa. Prakriti è il Sorriso che attiva. Purusha è il puro, il testimone della coscienza, mentre Prakriti è la coscienza in evoluzione e in trasformazione. Dentro e attraverso Prakriti è l'adempimento del gioco cosmico. Arjuna conosceva Sri Krishna come suo caro cugino, in seguito lo conobbe come suo amico del cuore, più tardi lo conobbe come suo amato Guru o Maestro spirituale. Qui in questo capitolo arriva a conoscere Sri Krishna come il Signore Supremo del Mondo. Krishna dice: "Ogni volta che l'ingiustizia sta aumentando e la rettitudine è in declino, io stesso mi incarno. Per proteggere e preservare i virtuosi e porre fine ai malvagi, per stabilire il Dharma, mi manifesto di età in età." Da queste espressioni di Sri Krishna che fanno fremere l’anima, arriviamo immediatamente ad imparare che Lui è sia la Conoscenza Definitiva che il Potere Supremo. Con fiducia e sorridendo, sta caricando Arjuna con un flusso spirituale ad alta tensione dalla sua grande Casa-Potere.

Samvavami yuge yuge –- Io entro nel corpo di età in età

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Sri Krishna ora dichiara di essere un Avatar. Un Avatar è la discesa diretta di Dio. Nel mondo della manifestazione, incarna l'Infinito.

In India, c'era un maestro spirituale che dichiarò di essere un Avatar. Sfortunatamente divenne oggetto di spietato ridicolo, sia in Occidente che in Oriente. Dato che non poteva lottare coraggiosamente contro questo sarcasmo pungente, alla fine dovette cambiare la sua politica non efficace. La sua orgogliosa affermazione andò oltre: "Non solo io, ma tutti sono un Avatar." Dal momento che tutti sono Avatar, chi deve criticare chi? Ecco, il sedicente Avatar tirò un sospiro di sollievo.

Può sembrare ridicolo, ma è un fatto che in India praticamente ogni discepolo afferma che il suo Guru è un Avatar, la diretta discendenza di Dio. Un'ondata di entusiasmo dilaga su di loro quando parlano del loro Guru. Il gigante spirituale Swami Vivekananda non ha potuto fare a meno di dire che nel Bengala orientale, in India, gli Avatar crescono come funghi. D'altra parte, dichiarare che c'è stato e può esserci solo un Avatar, il Figlio di Dio, è altrettanto ridicolo.

Ogni volta che arriva, un Avatar, gioca un ruolo diverso nella marcia dell'evoluzione secondo le necessità dell'epoca. In sostanza, un Avatar non è diverso da un altro. Un vero Avatar, Sri Ramakrishna, ha rivelato la Verità: "Colui che era Rama, colui che era Krishna è ora nella forma di Ramakrishna".

Ci sono due eterni opposti: il bene e il male. Secondo Sri Krishna, quando la malvagità raggiunge l'altezza massima, Dio deve indossare il mantello umano nella forma di un Avatar. L'avvento di Sri Krishna ha dovuto affrontare la forza malvagia più oscura, Kamsa. Allo stesso modo Erode, l’impareggiabile tiranno, aveva bisogno dell'avvento di Gesù Cristo. Natale, la nascita di Cristo, ha richiesto l'estinzione della vita dell'ignoranza. Janmashtami, la nascita di Krishna, è celebrata in tutta l’estensione dell'India, al fine di lasciare il mare dell'ignoranza e di entrare nell'Oceano della Conoscenza.

Il modo più semplice ed efficace per concepire l'idea di un Dio personale è entrare in contatto con un Avatar e rimanere sotto la sua guida. Avere un Avatar come unico guru significa trovare un approdo sicuro per la propria imbarcazione. A questo proposito, possiamo citare l'audace affermazione di Vivekananda: "Nessun uomo può vedere Dio se non attraverso queste manifestazioni umane. Parla come puoi, prova come puoi, non puoi pensare a Dio che come uomo."

Secondo molti, come il Buddha è l'uomo più perfetto, anche Krishna è il più grande Avatar che il mondo abbia mai visto.

Ci sono anche Anshavatar (Avatar parziali), ma Sri Krishna è un Purnavatar (Avatar Completo) in cui e attraverso il quale il Supremo si manifesta pienamente, senza riserve ed integralmente. Quando l'aspirazione umana sale, la Divina Compassione scende nella forma di un Avatar.

"Come gli uomini si avvicinano a me, così Io li accetto." Non ci può essere conforto più grande di questo al cuore sanguinante dell'umanità. Se accettiamo Krishna con fede, egli illumina la nostra mente dubbiosa. Se accettiamo Krishna con amore, egli purifica il nostro tormento vitale. Se accettiamo Krishna con devozione, egli trasforma la notte-ignoranza della nostra vita nel Sole-Conoscenza della Sua Vita eterna.

Sri Krishna ora vuole che la nostra mente si fissi sulla casta. Dice che è stato lui a creare il quadruplice ordine del sistema di caste secondo le attitudini e le azioni di ogni casta. Ci sono persone che danno tutta l'importanza alla nascita e all'eredità e ignorano deliberatamente coloro che sono abbondantemente benedetti con capacità e risultati. Il risultato è che la società deve sopportare gli spietati colpi della pura confusione. Vero, la nascita e l'ereditarietà hanno importanza, specialmente nel cuore della società, ma questa cosiddetta importanza non può offrirci nemmeno un briciolo di luce e verità. È in virtù dell'azione, serena e nobile, che cresciamo nell'Altissimo e manifestiamo il più Profondo qui sulla terra.

Azione, inazione e azione sbagliata

Dal versetto 16 al versetto 22 vediamo Krishna che porta luce sull'azione, l'inazione e l'azione sbagliata. L'azione, vale a dire la vera azione, non è fatta solo per muovere le gambe e le teste. L'azione è auto-dono. L'azione è abbandonare l'attaccamento. L'azione è tenere i sensi sotto controllo. L'azione sbagliata è danzare con il desiderio. L'azione sbagliata è disobbedire al proprio essere interiore. L'azione sbagliata è deviare dal sentiero della verità, esoterica ed essoterica. Nella comune opinione, l'inazione equivale all'inerzia, alla pigrizia e così via, ma la vera inazione è gettarsi in attività incessanti mantenendo la mente conscia in uno stato di sublime tranquillità o trance.

Fede e dubbio

Fede e dubbio chiudono il quarto capitolo. La fede non è una semplice sensazione emotiva di attenersi al proprio credo. È un vivente respiro interiore per scoprire, realizzare e vivere nella verità. La fede è l'esercizio fatto da un cercatore di sua volontà per costringere se stesso a rimanere nella Volontà di Dio che tutto-vede e tutto-appaga. Lo Yajur Veda ci dice che la consacrazione sboccia nell'auto-dedizione, la grazia sboccia nella consacrazione, la fede sboccia nella grazia e la verità sboccia nella fede. Cos'altro è la fede? Per citare Charles Hanson Towne,

Non ho bisogno di gridare la mia fede. Tre volte eloquenti
Sono i tranquilli alberi e la verde zolla che ascoltano;
Zittite sono le stelle, il cui potere non viene mai speso;
Le colline sono mute: ma come parlano di Dio!

Il dubbio è nuda stupidità. Il dubbio è l'assoluta inutilità: il dubbio è la conflagrazione esteriore. Il dubbio è distruzione interiore.

Sanmshayatma Vinashyati: — "Il possessore del dubbio perisce". Egli è perduto, totalmente perduto: a lui viene negato il sentiero dello Spirito, negato anche il segreto dell'illuminazione della vita.

Dice Krishna: "Per l'uomo dubbioso, non è adatto né questo nostro mondo, né il mondo dell’aldilà, no, e nemmeno la felicità." Il Nuovo Testamento ci presenta la stessa verità: "L'uomo con la mente dubbiosa non gode né di questo mondo né dell'altro, né la beatitudine finale."

Nel Nyaya (logica), uno dei sei sistemi della filosofia indiana, notiamo che il dubbio non è altro che un giudizio conflittuale riguardo al carattere di un oggetto. Il dubbio nasce dal fatto stesso del suo riconoscimento di proprietà comuni a molti oggetti o di proprietà non comuni a nessun oggetto. Il dubbio è proprio quella cosa che manca della regolarità di percezione. Anche il dubbio, essendo inesistente, esiste solo con la non-percezione.

Il dubbio è una tigre divoratrice. La fede è un leone ruggente che ispira un aspirante a crescere nel Supremo che tutto-illumina e tutto-pervade.

Povero, cieco dubbio, essendo piuttosto ignaro della vera verità che la fede è l'affermazione più forte e convincente della vita, vuole dare una scossa violenta alla scialuppa dell'uomo.

Le ammalianti parole di verità del poeta muovono i nostri cuori fino nel profondo.

Meglio un giorno di fede
Di mille anni di dubbio!
Meglio un'ora mortale con Te
Di una vita interminabile senza.

Capitolo V: La Rinuncia

Il confronto era all'ordine del giorno, così è ancora. Forse rimarrà per sempre tale, specialmente nel campo della manifestazione. Ora sono paragonate la rinuncia e l'azione altruistica. Questa è la richiesta di Arjuna.

"Entrambe tu lodi, o Krishna, la rinuncia e l'azione disinteressata. Dimmi definitivamente una volta per tutte, qual è la migliore delle due?" La risposta immediata di Sri Krishna è: "Entrambe portano alla Beatitudine Suprema, ma l'azione è più facile, l'azione è superiore."

Il Divino Maestro chiarisce, tuttavia, che la rinuncia non può essere raggiunta in un batter d'occhio, e raggiungere il frutto della rinuncia senza un'azione altruistica è quasi impossibile.

Lo yoga è azione liberata dal senso di separazione. La consapevolezza di un sentimento separato è la morte della rinuncia. L'azione compiuta con un sentimento di unità universale è la nascita gloriosa della rinuncia.

Ci sono due scuole Una scuola insegna la rinuncia a qualsiasi lavoro. L'altra scuola insegna l’esecuzione dell'azione, la giusta azione. Una scuola dice: "Smetti di fare qualsiasi cosa." L'altra scuola dice: "Inizia a fare tutto". Ahimè! Poiché il messaggio della Gita non è stato veramente compreso in India, quel paese abbonda sia negli aridi asceti sia negli uomini d'azione non illuminati.

Dall'azione, scaturisce l'azione. L'azione in quanto tale non può mai mettere fine all'azione. L'azione è continua. L'azione è perpetua. Non importa quanto duramente lavoriamo, per quanto tempo lavoriamo, la semplice azione non può mai mostrarci il Volto del Supremo. È un vero Karma-Yogi colui che lavora per il Supremo e per il Supremo solamente. In effetti il Karma Yogi è anche il più grande rinunciante, perché non cerca nulla, non rifiuta nulla. A lui simpatie e antipatie hanno uguale importanza. Tutte le coppie di opposti sono al suo alto comando. Esistono per affermarlo, per appagarlo, per incoronarlo con la vittoria, interiore ed esteriore.

Gli insegnamenti di Krishna mirano a una Meta, la Beatitudine Suprema. I temperamenti umani sono destinati a differire. Gli esseri umani hanno diverse tendenze e inclinazioni. Stando così le cose, per Arjuna è difficile valutare il percorso più immediato e più diretto.

Azione e rinuncia sono identiche. L'azione è l'albero. La rinuncia è il frutto di esso. Uno non può essere più grande dell'altro. L'albero e il frutto crescono nel seno dell'Infinito per essere amati dall'Eternità e abbracciati dall'Immortalità.

La libertà

C'è qualche libertà? Se sì, dov'è? C'è libertà, vive nella nostra consapevole resa alla Volontà del Supremo. La nostra resa senza riserve è la nostra infallibile unità con il Supremo. Dal momento che il Supremo è l'Infinita Libertà, noi, in sostanza, non possiamo essere in altro modo.

Fu Marlowe a dire:

"Non sta nel nostro potere amare o odiare,
Perché la volontà in noi è dominata dal destino."

Questo è vero solo quando il nostro destino è determinato dai dettami estremamente limitati dell'ego. Questo nostro deplorevole destino subisce una trasformazione radicale, la desolata schiavitù si trasforma in una libertà senza confini, quando noi, con la nostra fiamma di aspirazione sempre crescente, viviamo nella Volontà illimitata e onnipotente dell'anima. Ciò che abbiamo dentro e ciò che vediamo fuori è la coscienza della libertà in evoluzione, in espansione e radiante. Non importa quale tipo di libertà ci dà, fisica o spirituale, questa libertà non è solo quella di riuscire a aver successo sulla schiavitù o anche di sostituire la schiavitù, ma di trasformare lo stesso respiro della schiavitù nell'Immortalità della libertà. E questa è la libertà senza virgolette, come una volta osservò una persona famosa.

Servizio

Il servizio può fare molte cose per noi. Prima di tutto, dovremmo sapere che il servizio svolto con uno spirito divino è la più grande opportunità che abbiamo in nostro possesso per sopprimere i nostri orgoglio e vanità e per cancellare il marchio dell'ego. È nel servizio dedicato che vediamo l'armonia universale e cresciamo nella coscienza universale.

La nostra volontà diventa la Volontà di Dio. Ciò che chiamiamo servizio non è altro che l'adempimento della Volontà Divina. Qui sulla terra uno ha la capacità, un altro ha il bisogno. La capacità e il bisogno devono andare insieme. Se si offre la capacità, non solo viene soddisfatta la necessità, ma anche è riconosciuta e valutata la capacità. La capacità di per sé riceve solo una soddisfazione parziale, ma quando la capacità e il bisogno corrono assieme, nasce la piena soddisfazione.

"Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni." Nella nostra vita quotidiana, questa verità è applicabile in modo significativo. Dio deve occupare la mente di una persona, e in questo stato di concentrazione divina, si dovrebbe servire all'umanità. In quel momento, il servizio stesso diventa la ricompensa più grande. Sebbene la meditazione e il servizio costituiscano approcci totalmente diversi nel campo della spiritualità, il lavoro ed il servizio dedicato sono a dir poco pura meditazione.

Krishna ora ci parla del piacere e del dolore: "Il piacere dei sensi finisce nel dolore. Quindi il piacere dei sensi è evitato dal saggio. Il costante autocontrollo è la felicità reale e perpetua. Se si persegue l'autocontrollo, nasce la padronanza di sé."

L'esistenza e l'attività del mondo sono al comando della padronanza di sé. Il modo più semplice per raggiungere l'autocontrollo è prendere la strada dell'auto-consacrazione. L'auto-consacrazione è sempre benedetta dall'illuminazione dell'anima. Le forze turbolente dei nostri sensi devono necessariamente piegarsi all'illuminazione dell'anima. Colui che ha l'illuminazione interiore sa che la sua esistenza sulla terra è l'incarnazione di Dio e le sue azioni sono le espressioni di Dio. Sente di non essere mai colui che agisce, egli è un semplice strumento.

Arriviamo ora ad imparare dalla Gita che cos'è il corpo: "Il corpo è una città dentro nove porte."

Per citare Wesley La Violette da "An Immortal Song" (la Bhagavad Gita):

Il corpo è una città con molte porte
in cui la mente sovrana può
riposare serenamente
All'interno di quella città c'è il Tempio sacro
dello Spirito, Mente, dove non c'è
alcun desiderio
di agire, né alcuna motivante causa,
tuttavia sempre la buona volontà
di seguire il Dovere quando chiama.

È vero che il corpo ha un tempio sacro. Altrettanto vero è che il corpo stesso è consacrato. La potente affermazione di Whitman deve essere accolta con gratitudine: "Se c’è una cosa sacra, questa è il corpo umano".

Oggi il corpo è l'ostacolo insormontabile. Domani questo stesso corpo può essere e sarà l'orgoglio della Divinità, poiché dentro e attraverso questo corpo Dio mostra al mondo ciò a cui Egli assomiglia, quello che fa e quello che è.

Verso la fine di questo capitolo, Sri Krishna dice fermamente che la sensualità deve essere totalmente evitata per permettere all'uomo di vivere e possedere pienamente la Divinità. La tigre-passione deve essere conquistata. L'aspirante deve concentrarsi costantemente sul suo Liberatore, infatti, solo per lui è la Meta, l’unica Salvezza.

Capitolo VI: L’autocontrollo

Non più esitazione! Non più paura! Niente più confusione! Il primo versetto del sesto capitolo dice ad Arjuna che un Sannyasi e uno Yogi sono una sola cosa: "Colui che fa il suo dovere senza aspettarsi il frutto dell'azione è allo stesso tempo un Sannyasi (Sankhya-yogi) e uno Yogi (Karma-yogi)." L'astensione e il dinamismo disinteressato sono una cosa sola.

Inutile dire che è la rinuncia che unisce Sannyasa e Yoga. Questa rinuncia è la rinuncia al desiderio e la rinuncia alle aspettative. Deve essere fatta l’azione, la giusta azione,. L'azione non è schiavitù. L'azione è aspirazione. L'azione è realizzazione. La Gita esige la nostra libertà dalla completa schiavitù dell'azione e non dall'azione. La malvagia schiavitù, che è il nostro nemico, è dentro di noi e non fuori di noi, così lo è anche il nostro divino amico, la libertà. Sembra che siamo in balia della nostra mente. Milton nel suo Paradiso Perduto parla della mente: "Essa (la mente) può fare un inferno del Paradiso o un Paradiso dell'inferno." Un vero devoto, però, può facilmente trascendere questo deplorevole destino. La sua aspirazione e il suo rifiuto lo rendono un tutt'uno con la Volontà di Dio. Egli canta con tutta l’anima:

Se salgo in cielo, Tu sei lì;
Sei anche lì, Tu, se preparo il mio letto all'inferno.

In questo capitolo Sri Krishna ha usato le parole Yoga e Yogi almeno 30 volte. Qui dice ad Arjuna per chi è inteso lo Yoga: "Arjuna, questo Yoga non è né per un epicureo, né per chi non mangia affatto, né per chi dorme troppo, né per chi è sveglio incessantemente."

L'auto-indulgenza e l'auto-mortificazione sono ugualmente immeritevoli. Per una persona auto-indulgente, la Meta rimarrà sempre molto lontana. Chi segue la filosofia di Charvaka vive nel mondo dell'indulgenza che non è altro che frustrazione. E questa frustrazione è la canzone della distruzione. Il filosofo Charvaka dichiara:

"Il dolore dell'inferno si trova nei problemi che derivano dai nemici, armi e malattie, mentre la liberazione (moksha) è la morte che è la cessazione del respiro vitale."

Al contrario, la liberazione è il respiro vitale dell'anima umana. E questo soffio vitale esisteva prima della nascita della creazione, è ora nella creazione ed è anche oltre la creazione.

Ci siamo occupati di auto-indulgenza. Concentriamo ora la nostra attenzione sull'auto-mortificazione. Il Buddha provò l'auto-mortificazione e cosa successe? Arrivò a realizzare la vera verità che l'auto-mortificazione non avrebbe mai potuto dargli ciò che voleva: l'illuminazione. Quindi adottò volentieri la via di mezzo, la via dorata. Non accettò né la fame né l’indulgenza. Con questa impareggiabile saggezza, il Buddha ottenne il suo obiettivo.

La pura sincerità di Arjuna parla non solo per lui ma anche per noi. Lo yoga è equanimità. Come può essere controllata la mente irrequieta di un essere umano? Instabile è la mente. Indisciplinata come il vento è la mente. Krishna si identifica con lo stadio di sviluppo del povero Arjuna. L’assoluta consolazione di Krishna non è che un altro nome per l'illuminazione:

"O Arjuna, la mente è instabile, davvero! Frenare la mente non è facile, ma la mente può essere controllata dalla pratica costante e dalla rinuncia." Cosa si deve praticare? La meditazione. A cosa si deve rinunciare? All’ignoranza.

La ferma convinzione di Krishna: "Lo yoga può essere raggiunto attraverso la pratica," trasforma il nostro sogno dorato in Realtà che tutto appaga. La pratica è pazienza Non esiste una scorciatoia: "La pazienza è la virtù di un asino," così sentiamo dai saggi. Il cavallo impaziente in noi o la tigre affamata in noi salterà immediatamente a questa grandiosa scoperta, ma la rivelante pace in chi aspira e il potere appagante nell'aspirante gli farà sentire chiaramente e in modo convincente che la pazienza è la luce della Verità. La luce della Verità è in realtà la Meta.

Una grande figura spirituale indiana, dopo che i suoi discepoli gli chiesero con quanti anni di pratica intensa aveva ottenuto la sua piena realizzazione, scoppiò in una risata fragorosa.

"Pratica! figli miei, ciò che chiamate pratica non è altro che il vostro sforzo personale. Ora, quando ero come voi al vostro livello, non realizzato, pensavo e sentivo che il mio sforzo personale era il novantanove per cento e che la Grazia di Dio era l’uno per cento, non più di questo. Ma la mia totale stupidità morì nel momento in cui l'auto-realizzazione nacque in me. Allora, con mio grande stupore, vidi, sentii e realizzai che la Grazia del mio misericordioso Signore era il novantanove per cento e il mio debole sforzo personale era l'uno per cento. La mia storia non finisce qui, figli miei. Alla fine ho capito che quel mio uno per cento non era altro che la sollecitudine incondizionata e profonda del mio Padre Supremo per me. Figli miei, pensate che la realizzazione di Dio sia una dura competizione. Non è vero. La realizzazione di Dio è sempre una Grazia che discende."

Ciò di cui abbiamo veramente bisogno è la pazienza. Quando l'impazienza ci assale possiamo, tuttavia, cantare con il poeta:

"Te, fino ad ora, abbiamo tentato di afferrare —"

Quando, però, la nostra coscienza è sovraccarica di pazienza, possiamo cantare nello stesso respiro con lo stesso poeta:

"Te, così vicino, non possiamo afferrare —"

Non è insolito per noi vedere che a volte anche un ricercatore serio fallisce nel percorso spirituale. Nonostante abbia avuto fede e devozione in ampia misura, non riesce a completare il suo viaggio. Questa domanda ossessiona il cuore di Arjuna. Egli dice a Krishna: "Sebbene dotato di fede, un uomo che non è riuscito a sottomettere la sua passione e la cui mente si allontana dallo Yoga (al momento della morte) e che non riesce a raggiungere la perfezione, cioè la realizzazione di Dio , che destino incontra? Non va incontro alla distruzione come una fuggevole nuvola? È privato sia della realizzazione di Dio che del piacere del mondo. Il suo destino lo ha ingannato sulla via dello Yoga. Non ha nessun posto dove andare. Non ha nulla su cui contare."

Ahimè, il mondo interiore non lo accetta, il mondo esteriore lo respinge e lo condanna. È perso, completamente perso. Se ha successo, entrambi i mondi lo abbracceranno e lo adoreranno. Se fallisce, diventa oggetto di spietato ridicolo.

Prima che Sri Krishna illumini la mente di Arjuna, facciamo entrare nel contesto Einstein. Lo scienziato immortale dichiara:

"Se la mia teoria della relatività si dimostrerà di successo, la Germania mi reclamerà come un tedesco e la Francia dichiarerà che sono un cittadino del mondo. Se la mia teoria non fosse vera, la Francia dirà che sono tedesco e la Germania dichiarerà che sono ebreo."

Per tornare al Maestro e allo studente. Il Maestro illumina la mente del suo studente con i raggi di consolazione, speranza, ispirazione e aspirazione: "O Arjuna, nessuna caduta è lì per lui né in questo mondo né nel mondo dell’Aldilà. Perché il fatale e malvagio destino non è per chi fa il bene e si sforza per l'auto-realizzazione."

Il Maestro dice anche che chi cade dal sentiero dello Yoga in questa vita entra in una casa benedetta e sacra nella sua prossima vita per continuare il suo viaggio spirituale.

Ogni incarnazione umana è solo di breve durata e non può mai determinare la fine del viaggio eterno dell'anima. Nessuno può raggiungere la perfezione in una vita. Ognuno ha bisogno di passare attraverso centinaia o migliaia di incarnazioni fino a quando non raggiunge la perfezione spirituale.

Un devoto rimane sempre nel respiro del suo dolce Signore. Per lui non c'è alcuna vera caduta, alcuna distruzione, nessuna morte. Come ha apparentemente fallito, o perché ha fallito, può essere solo la sua storia di superficie. La sua vera storia si trova nella sua sempre gioiosa persistenza, nella sua vittoria finale sull'ignoranza, nella sua assoluta unità con il Supremo. Ricordiamo l'affermazione significativa fatta da Gesù:

""Marta, io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, sebbene muoia, tuttavia vivrà, e chiunque vive e crede in me non morirà mai. Credi in questo?""

Martha said to Jesus: “Yes, Lord, I do believe.”Marta disse a Gesù: "Sì, Signore, io credo."

Allo stesso modo, con Arjuna, possiamo in tutta sincerità e devozione dire al Signore Krishna: "O Krishna, eterno Pilota della barca della nostra vita, noi crediamo in te. Possiamo fare un passo avanti. Krishna, Tu sei il nostro viaggio eterno. Tu sei la nostra Meta trascendentale."

Capitolo VII: la Conoscenza illuminata

Per la sua infinita Bontà Sri Krishna dice al suo amato discepolo che gli darà tutto ciò che possiede e tutto ciò che è: Infinito ed Eternità. Si aspetta solo due cose dal discepolo in cambio: Yoga e dipendenza. Possiamo chiamare questa dipendenza devoto abbandono, che è l'unità indivisibile del finito con l'infinito. Conoscere Sri Krishna è conoscere la Conoscenza Suprema. Realizzare Sri Krishna significa realizzare l’essenza della vita di ogni cosa.

"Manushyanam sahasresu…" — "Tra migliaia di uomini forse neanche uno si impegna per la perfezione spirituale, e di coloro che si sforzano e ci riescono a malapena uno mi conosce nell’essenza."

Sembra che il terzo verso stia lanciando acqua fredda sul cercatore, ma l'intenzione di Krishna è tutt'altra. Krishna non è solo tutto-Saggezza, ma è anche tutto-Compassione. Vuole dire ad Arjuna cosa effettivamente avviene nella maratona spirituale.

La Suprema Conoscenza non è, di certo, per colui che possiede una curiosità infantile, un entusiasmo superficiale, una debole determinazione, una devozione tremolante e una resa condizionale. Ognuna di queste qualità non-divine fallirà senza dubbio nel corridore interiore.

Il sesto e il settimo versetto descrivono la relazione che esiste tra Sri Krishna e l'universo: "Io sono l'inizio e la fine dell'universo. Io sono la fonte della creazione e Io sono il luogo della dissoluzione. Al di là di Me, non c'è niente. Tutto ciò è infilato su di me come perle su un filo."

Quando ci concentriamo su: "Tutto questo è tessuto su di Me come gemme in una collana," abbiamo immediatamente visione dell'impareggiabile poeta Krishna.

Tre qualità della natura: Sattva, Rajas, Tamas, armonia, attività e inattività. Sri Krishna dice che queste tre qualità vengono da Lui e sono in Lui, ma Lui non è in loro.

Sattva

Sattva è il comandante delle qualità della natura. Incarna l'armonia Cerchiamo di conoscere l'esistenza dell'armonia in relazione all'universo. Per citare Dryden:

Dall'armonia, dall'armonia celeste
Questa Struttura universale è iniziata:
Dall'armonia all'armonia
Attraverso tutta la bussola delle note correva,
Il diapason si chiudeva completamente nell'Uomo.

Il possessore della qualità Sattvica ha indubbiamente un cuore d'oro. Sa che la sua vita ha un suo significato. Il suo alito è puro. La sua pazienza è luminosa. Ineguagliabile è la sua forza d'animo. Infallibile è la sua certezza.

Rajas

Rajas è la seconda qualità. Un uomo con la qualità rajasica è sempre pieno di passione dinamica. Vuole possedere il mondo. Vuole governare il mondo. Non ha praticamente tempo per entrare nel mondo dell'illuminazione interiore. La sua vita ama solo due cose: combattere e conquistare. Ha la possibilità di essere un guerriero divino o di essere un guerriero di brutale falsità. Ha la forza di costruire un tempio della Verità. Ha anche la forza di spezzarlo e distruggerlo. Sfortunatamente spesso rompe e distrugge il tempio a causa della sua oscura visione e dell’elefante pazzo che è in lui.

Tamas

Tamas è la terza qualità. È pigrizia, oscurità, ignoranza, peccato e morte. È anche la delusione terrena e l'illusione deludente.

Sattva è l'anima con una visione chiara.
Rajas è la vita o fruttuosa o infruttuosa.
Tamas è la danza della morte.

Sattva si manifesta attraverso la luce che aspira.
Rajas si manifesta attraverso la potenza che desidera.
Tamas si manifesta attraverso la notte che oscura.

Un uomo di virtù vuole vivere la verità.
Un uomo d'azione vuole godersi il mondo.
Un uomo di inattività non gode di nulla. Al contrario, è pervaso costantemente dall'oscurità, dall'ignoranza e dalla morte.

Un uomo di virtù ha un amico: l'aspirazione.
Un uomo di attività ha un amico: l'ispirazione.
Un uomo di inattività ha un amico: la delusione.

Un uomo di virtù cerca di vivere nella verità del presente, del passato e del futuro.
Un uomo d'azione vuole vivere nel presente glorioso. Non gli importa molto del futuro.
Un uomo di inattività non vive nel senso proprio del termine. Egli dorme. I suoi giorni e le sue notti sono fatti di sonno senza luce.

Il primo vuole trascendere se stesso profondamente.
Il secondo vuole espandersi con forza.
Il terzo si distrugge inconsapevolmente.

Coloro che seguono il percorso interiore hanno quattro ruoli distinti da giocare:

Arta, il depresso, l'afflitto. La vita è un letto di spine. Egli ha realizzato questa verità e anela alla trasformazione della vita. Vuole possedere un letto di rose. Il dolore è il suo penoso possesso. Può cantare con successo con Francis Thomson:

Niente inizia e niente finisce,
Questo non è pagato con il gemito;
Perché siamo nati nel dolore dell'altro,
E periamo nel nostro.

Jignasu, il cercatore, l’indagatore, ciò che vuole è la conoscenza. La conoscenza ci dice perché un uomo soffre. Inoltre, poiché la conoscenza incarna il potere, trasforma il respiro della sofferenza nel respiro del vedere e destare la conoscenza.

Artharthi, il cercatore della vera ricchezza, l'assoluta Verità. Egli non ha dolore, non ha desideri terreni, vuole vivere in perpetua libertà, liberazione.

Jnani, il saggio, chi è saggio sa che il Supremo è ovunque e il Regno dei Cieli è dentro di lui. Vive nel Supremo. La sua vita è la vita di unità con il Supremo. Il suo mondo è il mondo della vera realizzazione. L'intimità tra lui e il Supremo è la più densa.

Sri Krishna continua: "Nobili e buoni sono tutti loro, ma io considero i saggi, gli illuminati come la mia anima eletta e il mio stesso Sé; completamente uniti, assolutamente una sola cosa siamo. Quando la sua vita ha giocato il suo ruolo, quando l'ora del silenzio bussa alla sua porta, lo pongo nel mio cuore dove cresce il Respiro della Vita Eterna."

Capitolo VIII: L’Infinito imperituro

Brahman è l'Infinito Imperituro. Un altro nome per Brahman è AUM. AUM è il Creatore. AUM è Creazione. AUM è in Creazione. AUM è anche oltre la Creazione.

Questo capitolo inizia con una raffica delle domande più significative. Brahman, adhyatma, karma, adhibhuta, adhidaiva, adhiyajna, cosa sono? Il Signore risponde: "L'Imperituro Assoluto è il Brahman. L'Adhyatma è la conoscenza auto-rivelatrice della Natura primordiale del Brahman. Il karma è la nascita dell'attività, naturale e normale. L'adhibhuta è la peribile manifestazione materiale. Adhidaiva è la conoscenza di Coloro che Splendono. L'Adhiyajna è il sacrificio fatto da Me per unire la manifestazione delle forme finite con la Mia Vita Infinita."

Krishna afferma che l'auto-realizzazione o la realizzazione dell'Immortalità deve essere raggiunta durante la vita nel corpo e da nessun'altra parte. Come ogni essere umano crea limiti, imperfezioni e schiavitù, così pure, egli è capace di trascenderli. Alla fine entrerà nei piani di Pienezza, Perfezione and Libertà.

La nostra esistenza è il risultato di un'esistenza precedente. Questa nostra terra è il risultato di una terra che esisteva prima. Tutto sta evolvendo. L'essenza dell'evoluzione è un movimento interiore ed esteriore. Questo movimento o cambiamento avviene anche nel mondo del Brahma. Anche dopo aver raggiunto il mondo del Brahma, non si può sfuggire alle insidie della rinascita. A dire il vero, i nostri giorni e notti terrene non sono altro che un secondo infinitesimale rispetto ai giorni e alle notti del Brahma. Mille anni respirano nell'unico giorno del Brahma e mille anni respirano nell'unica notte del Brahma.

Non serve rifugiarsi nei nostri giorni e notti terrestri, perché sono fugaci. Non serve rifugiarsi nei giorni e nelle notti di Brahma, perché anch’essi non sono eterni. Possiamo, dovremmo e dobbiamo trovare rifugio solo nel Cuore Eterno del Signore Krishna, che è il nostro riparo più sicuro, dove nessun giorno è richiesto, non è necessaria alcuna notte poiché il Suo cuore è la Vita di Luce ed Eternità dell'Infinito.

Nient'altro ci serve eccetto la devozione. La nostra scelta suprema è la devozione. Il nostro cuore di devozione risponde al suo cuore d'amore. Egli dice: "Solo la devozione incrollabile ha accesso diretto e libero alla mia Vita Immortale, la mia Assoluta Verità."

Ciò che è dentro prima o poi verrà manifestato al di fuori. Il possessore dei pensieri divini sarà anche colui che fa azioni divine. È possibile solo per un uomo dedicato e che aspira pensare a Dio consapevolmente mentre lascia la scena terrestre.

Krishna ci dice come uno Yogi entra nel Definitivo dopo aver lasciato il suo involucro mortale: "I suoi sensi sono sotto controllo. La sua mente è posta nel cuore, medita su di me. AUM canta con tutta l’anima. Egli abbandona il Prana, il respiro vitale, ed entra nella Definitiva Realizzazione in Me."

Aum

Se leggi il mio articolo, "Il Significato di AUM"1 , conoscerai il dettaglio su AUM. Madame H.P. Blavatsky, la fondatrice della Teosofia, osservò l’AUM in modo molto semplice e significativo. Disse: "AUM significa buone azioni, non il mero suono delle labbra. Devi dirlo nei fatti." Per sapere cosa è AUM e cosa rappresenta, si consiglia di studiare le Upanishad che parlano di AUM. La Mandukya Upanishad ci offre esplicitamente il significato di AUM. Il significato di AUM può essere conosciuto dai libri, ma la conoscenza di AUM non può mai essere ottenuta studiando libri. Deve essere raggiunta vivendo una vita interiore, una vita di aspirazione, che trasporterà l'aspirante ai livelli superiori della coscienza. Il modo più semplice e il modo più efficace per salire in alto, più in alto, altissimo è di sovraccaricarsi di amore puro e devozione genuina. Il dubbio, la paura, la frustrazione, la limitazione e l'imperfezione sono destinati ad arrendersi all'amore devoto e alla devozione incondizionata. Amore e devozione hanno il potere ineguagliabile di possedere il mondo ed essere di proprietà del mondo. Ama la manifestazione di Dio, troverai che la creazione cosmica è tua. Dedicati alla causa della manifestazione cosmica, vedrai che ti ama e ti rivendica come proprio.

È vero che la conoscenza può darti ciò che danno l'amore e la devozione, ma molto spesso la conoscenza non è coltivata per amore della verità, ma per l’appagamento dei desideri. Senza frutto è la ricerca della conoscenza quando il desiderio ne sta alla base. Quando l'aspirante è tutto amore e devozione, si alza in volo.

Durante il volo del suo viaggio canta:

Non più il mio cuore piangerà o si affliggerà.
I miei giorni e le mie notti si dissolvono nella stessa Luce di Dio.
Al di sopra della fatica della vita, l’anima mia
È un uccello di fuoco che si libra sull'infinito.

Alla fine del suo viaggio in volo, canta:

Ho conosciuto l'Uno e il suo Gioco segreto;
E ho oltrepassato il mare di Sogno-Ignoranza.
In sintonia con Lui, mi diverto e canto.
Possiedo l'Occhio d'oro del Supremo.

Ora egli è cresciuto nella sua stessa Meta. Con amore di sé canta:

Profondamente ubriaco di Immortalità,
Sono la radice e i rami di una brulicante vastità.
La mia Forma ho conosciuto e realizzato.
Il Supremo e io siamo uno: sopravviviamo a tutto.

— Sri Chinmoy, Rivelazione


  1. CBG 24,1.-it Sri Chinmoy, Il Mondo-Preghiera, il Mondo-Mantra e il Mondo-Japa, Agni Press, New York, 1974

Capitolo IX: Il Segreto supremo

Il Segreto supremo è la Conoscenza suprema. Non può essere raccontata. Deve essere realizzata Questo Segreto supremo è scritto in lettere d'oro nei più intimi recessi di ogni cuore divinamente umano. Non rifiuta nessuno, no, nemmeno colui che è morto nel peccato. Colui che non ha fede in ciò che dice Krishna non avrà scampo dai ceppi dell'ignoranza. Avere fede è avere un colpo singolare di buona sorte. Come la devozione esemplare, anche la fede ha bisogno di un Dio personale, e ne ha uno. La fede non è una credenza cieca. La fede non è una resa cieca e incondizionata ai libri sacri. La fede è la consapevolezza cosciente della libertà senza limiti. Krishna dice: "O Arjuna, la salvezza non è per chi non ha fede. Per sempre egli è legato alle pene della vita e alle angosce della morte." Colui che cammina lungo la strada della fede vedrà da sé la Verità suprema qui sulla terra. La determinazione del cuore aspirante del cercatore è la sua fede mistica. La convinzione dell'anima rivelatrice del cercatore è la sua fede trionfante. Un uomo comune, che non aspira, è tenuto a galla dai mondi di false speranze, ma un uomo di fede vive sempre nei mondi di impetuosa affermazione. Con gioia e senza riserve accumula sempre più carburante di argentea fede all'Altare di Dio. Inutile dire che la fioritura della sua anima procede a ritmo sostenuto.

Krishna dice sorridendo: "L'illuso ignora me e le mie incarnazioni umane, non sapendo che Io sono il Signore supremo di tutti gli esseri."

Riconoscere un Avatar non è una cosa facile. Uno o deve essere benedetto dall'Avatar stesso o deve possedere il dono della visione interiore. Un aspirante deve prepararsi per riconoscere un Avatar. Deve evitare il piacere dei sensi. Non deve essere controllato dalle passioni. È lui che deve controllare le sue passioni. Deve respirare costantemente il respiro della purezza. Deve abbattere la paura. Deve colpire il dubbio. Deve invocare la Pace. Deve essere intriso di Gioia.

Non è necessario eseguire astrusi riti e cerimonie. Il dono di sé è l'unica cosa necessaria. Egli accetta tutto con la massima gioia. Possiamo iniziare il nostro viaggio interiore offrendo a Lui foglie, fiori e frutti. Anche il più piccolo atto dell’offrire a Dio è il passo più vero sul sentiero della scoperta di sé e della scoperta di Dio. Noi pensiamo, se offriamo il nostro "pensare" a Dio, questo atto stesso di offrire il nostro pensiero alla fine ci renderà un tutt'uno con Dio il Pensiero. Un uomo comune sente di pensare solo per il fatto di vivere, ma Cartesio ha una visione totalmente diversa: "Penso, quindi sono." Questo "Io sono" non è solo il frutto della creazione, ma anche il respiro della creazione. Significative sono le parole di Bertrand Russell:

"Gli uomini temono di pensare come non temono nient'altro sulla terra - più della rovina, persino più della morte."

Se riusciamo a scoprire un vero pensiero divino, allora in pochissimo tempo Dio chiederà o costringerà il tempo a stare dalla nostra parte. Nulla eccetto il tempo può aiutarci a sentire il respiro della Verità e toccare i piedi di Dio. Possiamo possedere il tempo dell'Eternità se lo vogliamo veramente. Dolci e significative sono le parole di Austin Dobson:

Il tempo passa, tu dici? Ah no!
Ahimè, il tempo rimane, noi ce ne andiamo.

Noi serviamo. Se Lo serviamo, Egli solo nell'umanità, diventiamo tutt'uno con la Sua Realtà assoluta e la Sua Unità universale. Non dobbiamo dimenticare che il nostro servizio dedicato deve essere reso con un flusso-marea del più puro entusiasmo.

Il versetto 29 è molto familiare e popolare: "Per me tutti sono uguali, non conosco alcun favore. Non conosco alcun disagio. I miei amorevoli devoti che mi adorano sono in me. Anch'io sono in loro." Questa è un'esperienza che si pone in un ardito rilievo nella vita di un vero cercatore. Non c'è un privilegio speciale. A tutti è garantita la stessa opportunità. Inutile dire che un vero devoto ha già attraversato ardue discipline spirituali. Quindi, se diventa un vero devoto e diventa caro e intimo a Krishna, si dovrebbe comprendere che sta ricevendo il risultato delle sue passate ferree discipline e severe austerità. Nessun dolore, nessun guadagno, nessuna sincerità, nessun successo. Abbi aspirazione, accelererà il tuo progresso, interiore ed esteriore.

Il devoto aspira. Sri Krishna risiede nella sua aspirazione. Il devoto realizza. Nella sua realizzazione scopre che Krishna è il suo respiro eterno. Un devoto non è mai solo. Ha scoperto la vera verità che il suo sacrificio lo unisce al suo Signore. Più si offre coscientemente al Signore, più diventa forte il loro divino legame di unione, anzi di unità.

Anityam (Non duraturo, fugace); Asukham (senza piacere, senza gioia). Il mondo esterno dimora nella nostra coscienza legata alla terra. La coscienza legata alla terra può essere trasformata nella Coscienza Eterna attraverso l'aspirazione, la devozione e l'abbandono. E la Coscienza Eterna ospita la gioia perpetua. La liberazione deve essere raggiunta qui in questo mondo. Qualsiasi uomo di promessa sarà lieto di sottoscrivere l’impavida dichiarazione di Emerson:

"Altro mondo! Non c'è altro mondo. Qui o da nessuna parte è l’intero fatto."

Quando osserviamo il mondo con il nostro occhio interiore, il mondo è bello. Questa bellezza è il riflesso della propria divinità. Dio il Bello ha il nostro cuore che aspira come suo eterno trono. Noi, i cercatori del Supremo, non possiamo mai concordare con l’orgogliosa filosofia di Nietzsche. Egli recita: "Il mondo è bello, ma ha una malattia chiamata Uomo." Al contrario, possiamo dire in termini inconfutabili che il mondo è bello perché è stato illuminato da una bellezza celestiale chiamata Uomo.

Anityam e Asukham non possono rovinare il cuore di un vero ricercatore. La sua fede è sposata al suo destino dorato.

Egli canta e canta:

I miei giorni eterni si trovano in tempi di accelerazione,
Suono il suo Flauto di rapsodia.
Le azioni impossibili non sembrano più impossibili,
Nelle catene della nascita splende ora l'Immortalità.

Capitolo X: La perfezione divina e universale

Ciò che è in noi è perfezione. Ciò che è fuori di noi è imperfezione. Il mondo esterno può avere la perfezione solo quando il mondo interiore ispira, guida, plasma e modella il mondo esteriore.

Ieri ha sognato l’oggi come perfezione. L’Oggi sogna il domani come perfezione. La perfezione già raggiunta impallidisce in insignificante imperfezione prima della nascita del futuro che si avvicina rapidamente.

La perfezione evolve. Lo ha fatto sin dall'inizio della nascita della creazione. A differenza di noi, Dio ha un unico sogno: la perfetta Perfezione. Questa perfetta Perfezione deve risplendere negli aspiranti cuori dell'individualità e dell'universalità in modo che l’assoluta Realtà possa essere l'espressione totale della Visione cosmica.

Tutti sono cari a Dio, ma la relazione più dolce e più intima esiste solo tra un devoto e il Signore. Un vero devoto adora il Signore senza nutrire desiderio. Il Signore lo benedice non solo senza riserve, ma anche incondizionatamente. Ciò di cui un devoto ha bisogno è la forza determinata del suo cuore, una volta raggiunta, la sua auto-realizzazione non rimarrà più a lungo un lontano anelito.

Capire la verità è una cosa, credere in essa è un altra. Non capire la verità non è un crimine, tutt'altro, ma non credere alla verità è a dir poco un peccato imperdonabile. Un bambino non capisce la grande saggezza di suo padre. Tuttavia, la sua fede nella saggezza di suo padre è spontanea e genuina.

Sri Krishna è la Saggezza Assoluta. Egli è la Gloria Suprema. La sua Gloria nessuno la capisce, no, nemmeno gli dei. Arjuna potrebbe non capire Krishna, ma la sua fede implicita in Krishna parla per lui: "O Krishna, Tu sei il Signore dei Signori, Tu sei il Supremo. Questo io credo. Né gli dei né i demoni comprendono le tue misteriose manifestazioni. La fonte di tutti gli esseri sei Tu. Tu sei conosciuto solo da Te."

"Se la cosa creduta è incredibile, è anche incredibile che l'incredibile abbia dovuto essere così creduto.
— Sant'Agostino."

Il credo è la completa libertà della mente. Il credo è la piena indipendenza del cuore.

Krishna ora chiarisce ad Arjuna che la Sua Gloria divina può essere spiegata e dimostrata, ma non si può mai esaurire. L'universo nella sua interezza non è altro che una piccola scintilla della Sua infinita Grandezza.

Pandavanam Dhananjaya, dice Krishna: "Tra i Pandava Io sono Dhananjaya." Dhananjaya è un epiteto di Arjuna. Ogni persona ha un corpo, una mente, un cuore e un'anima. Come si può stare in piedi di fronte ad un altro dicendo che in realtà è l'altra persona? Non sembra assurdo? Succede solo quando viviamo nel fisico, non quando viviamo nell'unità dello Spirito. Quando dichiariamo che tutti gli esseri umani sono una sola e stessa cosa, affermiamo semplicemente un mero fatto a cui crediamo interiormente o proviamo a credere. È il senso dell'identificazione che ci rende una sola cosa. Krishna dice: "Io sono questo, io sono quello, sono tutto." Di nuovo Egli dice che Lui è il migliore, il più elevato e il più potente in ogni cosa. Significa che la Sua Coscienza si tinge di preferenza? Egli discrimina? No, non ha preferenze, non ha discriminazione: "Arjuna, Io sono il Sé seduto nel cuore di tutti gli esseri. Io sono l'inizio, la metà e anche la fine di tutti gli esseri." Vuole illuminare la mente di Arjuna dicendo che Egli sta svelando e manifestando la Sua stessa perfezione nel processo di evoluzione cosmica. Le Sue manifestazioni divine sono senza fine. Ne ha menzionato solo alcune a titolo di esempio, da Lui sgorgano la permanenza, la bontà e la potenza. Dice ad Arjuna che non deve imparare le sue manifestazioni divine nei minimi dettagli, ciò semplicemente confonderà la sua mente, dice: "Ho fondato l'intero universo con una porzione di Me Stesso." Sapendo questo, il cercatore in Arjuna può facilmente soddisfare la sua fame. "Io sono il seme di tutte le cose, animate o inanimate." Arjuna ora comprende che Krishna non è il semplice corpo. È il Sé onnipervadente. Arjuna desidera sapere sotto quale forma particolare il Sé deve essere adorato. "Sotto tutte le forme," è la risposta immediata di Krishna. Niente è senza il Sé. Il Sé è in tutto e tutto è nel Sé. Questa è la saggezza che la conoscenza del ricercatore deve possedere.

La Gita ci insegna l'unità più pura. Questa unità è l'unità interiore. Questa unità interiore è allo stesso tempo spontanea e unica. Questa unità non può mai essere troncata o sminuita dalla mente. Il reame dell'unità va ben oltre l'approccio della mente fisica.

La conoscenza di sé è la conoscenza dell'unità universale. La perfezione divina può essere fondata solo sul terreno fertile dell'unità universale. Servi l'umanità proprio perché la Divinità si manifesta nell'umanità. Conosci la Divinità e immediatamente realizzerai l'immortalità di Dio in te e la tua immortalità in Dio. Dio nell'uomo e l'uomo in Dio possono solo annunciare le più autentiche incarnazioni della perfetta perfezione.

Capitolo XI: La visione della forma universale e la manifestazione cosmica del Signore

Per la Sua infinita Bontà, per l'amore sconfinato e per la più profonda, sollecitudine piena d’anima, Sri Krishna ha svelato il Supremo Segreto: che Egli è in ogni cosa ed Egli incarna tutto. La forte delusione di Arjuna è stata rimossa e dispersa. Ora egli gode della pace traslucida della sua anima.

Sri Krishna parla dell'abbondanza del Suo amore. Arjuna lo ascolta con la più elevata devozione del suo cuore e crede in Lui senza riserve e con tutta l’anima. Il particolare credo di Arjuna anela alla sua trasformazione, la sua aspirazione anela ad un'esperienza. La sua mente comprende la verità, ma il suo cuore si strugge per avere la visione della verità e per vivere la Verità. Quindi ha bisogno di questa esperienza, indispensabile ed inevitabile. Sri Krishna concede con gentilezza e immediatamente l'Esperienza senza eguali.

"O Arjuna, guarda nel Mio corpo l'intero universo." Gli occhi fisici di Arjuna, naturalmente, non riescono a vederlo. Il Signore gli concede l'occhio della visione celeste, l'occhio che vede l'invisibile: l'occhio dello Yoga.

Il corpo di cui parla il Signore è un corpo spirituale. Quindi per vedere il corpo spirituale, Arjuna ha bisogno di essere dotato di un occhio spirituale. Il corpo significa forma. Il senza forma dimora in questa forma. La Visione Trascendentale e la Realtà Assoluta giocano all'unisono dentro e attraverso la forma cosmica. Il corpo di carne e sangue subisce innumerevoli vicissitudini, ma non il corpo di illimitata, divina forma e di sostanza immortale. Questo corpo divino è l'incarnazione e la rivelazione della Divinità, l'Infinito, l'Eternità e l'Immortalità della Verità.

Sanjaya dice a Dhritarashtra: "O Rajan, Krishna, il Maestro supremo dello Yoga, il Signore Onnipotente, rivela ad Arjuna la sua forma divina, suprema. Arjuna ora vede Krishna come il Dio Supremo, Parameshwara."

Arjuna vede i molti nell'Uno Supremo che possiede una miriade di bocche, innumerevoli occhi, meraviglie illimitate, che brandisce armi divine, indossa abiti e gioielli divini, che porta ghirlande celesti dalla fragranza superna. Lo splendore di mille soli che esplodono all'improvviso nei cieli difficilmente eguaglierà lo splendore supremo del Signore. Arjuna, nella divina persona di Krishna, vede l'infinito nella molteplicità. Sopraffatto, con l'estasi che inonda il suo intimo essere, con le mani conserte, la testa china, esclama: "O Signore, in Te e nel Tuo Corpo, contemplo tutti gli dei e tutti i gradi degli esseri, con segni distintivi. Vedo persino Brahma seduto risplendente sul Suo Trono di Loto e i veggenti e i saggi tutt'intorno, e i serpenti simbolici, tutti divini."

Quando ci eleviamo con l'aspirazione fiammeggiante, candida come la neve di tutti i nostri cuori, entriamo nella coscienza cosmica dei veggenti. Questo sentiero è un percorso verso l'alto. È la via dell'incarnazione e della realizzazione. C'è un altro sentiero noto come la via della rivelazione e della manifestazione. Questo sentiero è il percorso verso il basso. Qui la nostra coscienza fluisce attraverso l'energia cosmica, i serpenti simbolici, che volteggiano e si muovono a spirale.

I Versetti 15-31 descrivono in modo eloquente e psichico ciò che Arjuna vide in Krishna con la sua visione Yogica appena acquisita. La lotta deve ancora iniziare. I potenti guerrieri sono pronti e desiderosi di combattere. Con sua grande sorpresa, Arjuna vede in Krishna la completa estinzione delle vite dei guerrieri. Prima dell’inizio del combattimento, vede la morte dei guerrieri. Sono distrutti. Mentre vede i fuochi dalla bocca fiammeggiante e che tutto-divora di Krishna, trema il suo stesso respiro vitale. Il discepolo grida: "La tua compassione, mio Signore Supremo, io imploro. Io non Ti conosco. Chi sei Tu?"

"Io sono il tempo. Il tempo, il potente distruttore, Io sono. Essi sono condannati. Sia che tu lotti o no, sono già morti. Anche senza di te, i tuoi nemici non sfuggiranno alla morte. Alzati, o Arjuna, alzati. Ottieni la gloria e la reputazione della vittoria, conquista i tuoi nemici, goditi il vasto regno, godilo. La resa silenziosa delle loro vite è da me ordinata. Tu sei la causa esterna. Sii solo il mio strumento, niente di più." " "Nimittamatram bhava." "Sii il semplice strumento."

Non può esserci maggiore orgoglio, nessuna realizzazione migliore di essere lo stesso strumento di Dio, poiché essere uno strumento di Dio è essere infallibilmente accettato come Suo proprio. Dentro e attraverso lo Strumento-Discepolo, il Maestro-Guru vede e realizza il Divino Scopo di Dio. Krishna è il tempo che divora tutto. Questa visione, secondo i nostri occhi e la nostra comprensione esteriori, è terribile, ma secondo la nostra visione interiore e la comprensione interiore è naturale e inevitabile.

"Il tempo", dice Sri Aurobindo, "si presenta come un nemico o un amico, come una resistenza, un medium o uno strumento, ma è sempre realmente lo strumento dell'anima.

"Il tempo è un campo di circostanze e forze che si incontrano e determinano una progressione risultante il cui corso esso misura. Per l'ego è un tiranno o una resistenza, per il Divino è uno strumento. Perciò, mentre il nostro sforzo è personale, il Tempo appare come una resistenza, poiché esso presenta a noi tutti l'ostruzione delle forze che sono in conflitto con le nostre. Quando il lavoro divino e quello personale sono uniti nella nostra coscienza, appare come un mezzo e una condizione. Quando i due diventano uno, appare come un servo e uno strumento."

Krishnaprem, il grande ricercatore, dice: "È impossibile esprimere a parole questa meravigliosa intuizione. Tutte le cose rimangono le stesse ma tutte sono cambiate. Il tempo lampeggia fisicamente nell'Eternità, la stessa corrente del Flusso è l'Eterno, che, sebbene si muova incessantemente, non si muove affatto."

La tradizione delle Upanishad echeggia e riecheggia nei nostri cuori che aspirano: "Ciò si muove e tuttavia Ciò non si muove, Esso è lontano e tuttavia è prossimo e vicino…"

Il tempo custodisce la Verità. Sri Krishna dice la Verità su di Sé, la Verità Eterna. Qui possiamo ricordare le significative parole di Virginia Woolf: "Se non dici la verità su te stesso, non puoi dirla ad altre persone." Al contrario, se conosci la verità spirituale su di te, devi conoscere la verità sugli altri . Sri Krishna mostrò la Verità Divina che era Lui stesso.

Possiamo anche procedere allegramente con Marco Aurelio: "Non riesco a capire come qualcuno possa desiderare qualcos’altro se non la Verità." Mettere in dubbio il maestro spirituale prima che inizi la propria illuminazione non è raro nella storia spirituale del mondo. Persino alcuni dei più cari discepoli di grandi maestri spirituali lo hanno fatto, ma se il cercatore lascia il maestro proprio perché il dubbio lo perseguita è un atto di pura stupidità. Attieniti, attieniti fino all'ultimo. I dubbi delusi spariranno nel nulla. Lo splendore dell'Infinito e dell'Eternità fiorirà nel seno del Tempo. La tua aspirazione crescente realizzerà questo compito.

Il cuore palpitante di Arjuna esclama: "Tu sei l'Anima primordiale…" Egli implora il perdono di Krishna. A causa della sua ignoranza passata, non aveva realizzato Krishna nella sua natura divina. Il suo passato era pieno di azioni sbagliate, parte per ignoranza e parte per trascuratezza. Egli implora con cuore palpitante il perdono per i suoi atti di omissione e commissione resi a Sri Krishna.

"Sii con me come un padre con suo figlio, come amico con il suo amico, come Signore con l'amato." Sri Krishna senza dubbio perdona Arjuna. Assume la sua forma normale, naturale e familiare.

Arjuna viene a sapere che è solo la Grazia Divina a dargli l'occhio dello yoga per vedere l'Invisibile, la Gloria Suprema del Signore, il presente, il passato e il futuro.

Impara anche dal Signore che "né lo studio dei Veda, né il sacrificio, né l'elemosina, né l'austerità né lo studio possono conquistare questa visione cosmica…" Persino gli dei anelano a dare un'occhiata a questa Forma Universale che ha appena mostrato ad Arjuna per la Sua sconfinata Compassione. Fede, devozione, resa. Ecco! Krishna è conquistato. Nessun altro modo per realizzarlo, per possederlo.

Capitolo XII: Il sentiero della devozione

Arjuna è estremamente felice ed estremamente fortunato di aver avuto la Visione più rara della Forma Cosmica. Com’è possibile che sia gravato da ulteriori domande filosofiche e spirituali? La ragione è che la sua visione della Forma cosmica non implica che abbia raggiunto l'Obiettivo degli obiettivi. La visione deve essere trasformata in Realtà vivente e costante nella vita di Arjuna, e quindi deve vivere nella Realtà stessa. L'esperienza della visione è una cosa buona. La realizzazione della visione è migliore. L'incarnazione della visione è la migliore. Meglio del meglio è la rivelazione della visione. Infine è la manifestazione della visione che è divinamente e supremamente ineguagliabile.

Il sentiero della meditazione e il sentiero della devozione vengono ora confrontati. Arjuna vuole imparare da Sri Krishna circa i due sentieri, quello della meditazione che porta al Non-manifesto e il sentiero della devozione che conduce al Dio personale, qual è il migliore tra i due? La risposta di Krishna è che ogni sentiero, seguito in modo devoto e fedelmente, conduce alla Meta. Tuttavia, il sentiero della meditazione è più difficile e più arduo. Il corpo fisico ci lega al mondo materiale. Quindi è difficile per noi meditare sull'Impensabile, sul Non-immaginabile e sul Trascendente, ma se ci avviciniamo al Signore che assume la forma umana e che gioca il suo gioco divino nel campo della Sua manifestazione, il nostro successo sarà senza dubbio più facile, più veloce e più convincente, in una misura che le nostre menti fisiche non crederebbero possibile.

Un vero cercatore deve dissolvere in Dio tutto ciò che ha, l'ignoranza e la conoscenza, e tutto ciò che è, l'ego e l'aspirazione. In effetti è più difficile ma non impossibile. Ecco! Gli è stata data l'opportunità dorata di accettare il percorso più semplice e più efficace. In questo percorso unico, deve offrire i frutti dell'azione al Signore e deve dedicare, il corpo, la mente, il cuore e l'anima, al Signore.

Il sentiero della meditazione e il sentiero della devozione alla fine porteranno alla stessa Meta. Ora, cosa fa sentire all'aspirante che la via della meditazione è estremamente difficile da seguire? La risposta è molto semplice. L'aspirante non può focalizzare l'attenzione della sua mente sull’Aldilà Non-Manifesto, mentre se l'aspirante è devoto al Signore nella sua creazione manifestata, e se vuole vedere e adorare il suo Amato in ogni essere, il suo percorso diventa indubbiamente più facile. Ama prima la forma, poi dalla forma, vai al Senza-forma. Il discepolo all'inizio deve avvicinarsi all'aspetto divinamente fisico del Guru e poi deve andare oltre, ben oltre la forma fisica e la sostanza fisica del Guru, al fine di essere in comunione e rimanere nell’Ineffabile e Sempre-Sfuggente Aldilà.

Il discepolo vuole la via più facile. Sri Krishna gentilmente accetta. Dice che la via della meditazione è difficile, la via del servizio disinteressato è difficile e il percorso ispirato dall'Amore e dalla Devozione è difficile, ma c'è ancora un altro sentiero che è estremamente facile da seguire. In questo percorso, si deve solo rinunciare al frutto dell'azione. Se non possiamo fare il nostro lavoro come un servizio dedicato a Dio, non dovremmo soccombere a un'oscura delusione. Possiamo lavorare, lavorare per noi stessi. Dobbiamo solo offrire i nostri frutti al Signore. Comunque agiremo bene se facciamo solo quel particolare lavoro che sentiamo interiormente essere giusto. Naturalmente, faremo il lavoro che ci viene richiesto dal nostro dovere pieno d’anima. Se facciamo il nostro dovere con tutta l’anima e offriamo i frutti al Signore, in pochissimo tempo il nostro Pilota Interiore è conquistato.

Capitolo XIII: Il Campo ed il Conoscitore del Campo

La devozione è più che sufficiente per realizzare il Signore Krishna, la Verità Eterna. Tuttavia, in questo capitolo Sri Krishna vuole ampliare la conoscenza di Arjuna, filosoficamente e intellettualmente. Coloro che nutrono questioni filosofiche e intellettuali riguardo alla Verità, saranno veramente soddisfatti. Noi cerchiamo di evitare ed ignorare ciò che crea problemi nella nostra vita. Secondo Krishna, questa nostra cosiddetta saggezza è a dir poco ignoranza. È vero, non ci creeremo problemi da soli, ma se i problemi appariranno, allora dovremo affrontarli ed entrare in essi e, infine, conquistarli impavidamente e totalmente.

Arjuna è già stato benedetto dal Signore con le altezze interiori. Ora il Signore vuole illuminarlo con la conoscenza del cosmo, dove deve svolgere un ruolo consapevole.

Materia e spirito. Prakriti e Purusha. Il Campo e il Conoscitore del Campo. Il corpo è il Campo. L'Anima ne è il Conoscitore. La vera saggezza sta nel realizzare il Conoscitore Supremo e il Cosmo, conosciuto e rivelato.

Ci sono ventiquattro Tattva, i principi che vanno a formare il Campo. Il primo gruppo di grandi elementi o basi è terra, acqua, fuoco, aria ed etere. Il Campo ospita anche l'ego e la mente legata alla terra, l'intelletto; i cinque organi d'azione, mani, piedi, lingua e i due organi di eliminazione, anche gli organi di senso come naso, bocca, occhi, orecchie e così via. Le cinque sfere dei sensi sono: vista, olfatto, gusto, udito e tatto.

Solo una cosa deve essere conosciuta. Sapere che il Signore è dentro al Cosmo, fuori dal Cosmo e al di là del Cosmo è sapere tutto.

Materia e Spirito

Materia e Spirito sono senza inizio. La Materia è la sostanza primordiale. La Materia è in continua evoluzione. Lo Spirito è sempre statico. La Materia possiede infinite qualità. Lo Spirito vede e le ratifica. La Materia fa, cresce e diventa. Lo Spirito è coscienza. Lo Spirito è il testimone. La Materia è la creatività infinita. Lo Spirito è la realtà nell'uomo. Lo Spirito è il percettore della materia. Colui che ha realizzato il Silenzio eterno dello Spirito (del Purusha) e la danza cosmica della Materia (di Prakriti), può vivere in ogni ambito della vita, sia come dottore che come filosofo, poeta o cantante. Ha raggiunto la perfezione della realizzazione suprema. Ci sono alcuni che realizzano lo Spirito Supremo in meditazione; altri per conoscenza (la filosofia di Sankhya). Ci sono anche altri che realizzano lo Spirito Supremo con lo Yoga dell'Azione e il Servizio Disinteressato. Inoltre, ci sono quelli che non ne sono consapevoli, ma che hanno sentito parlare dello Spirito Supremo dagli altri e che hanno iniziato ad adorarLo nella devozione e si aggrappano fermamente alla Verità. Passano anche oltre la mortalità e oltrepassano le insidie della morte.

Lo Spirito è nella Materia. Esso assapora le qualità nate dalla materia. Esso esperimenta l'esistenza fisica. Le qualità acquisite determinano la sua rinascita. Lo Spirito è il Sé Supremo. Sebbene sia padrone del corpo, sperimenta la vita mortale.

La via per Dio è vedere la Vita Eterna nella vita fugace, sapere che Prakriti, non Purusha, è attaccata all'azione. Tutte le attività, dice la Gita, divine e non divine, nascono in Prakriti. Purusha è senza azione. Nessuna azione è possibile in Purusha, poiché Purusha trascende sia il tempo che lo spazio. Eppure senza Purusha, non c'è universo, nessuna manifestazione.

Lo spirito esiste in Sé ed è onnipervadente, sia all'interno del corpo che fuori dal corpo, lo Spirito rimane sempre non influenzato.

Sapere che Purusha e Prakriti sono una sola cosa ed inseparabile è conoscere la Verità, la Verità dell'Unità e la Divinità nell'umanità, che alla fine si manifesterà come la Divinità dell'Umanità.

La Gita non ospita una metafisica arida e logica. I suoi insegnamenti non hanno bisogno di alcun supporto di argomentazioni intellettuali. La ragione umana non può bussare alla porta della Realtà Trascendentale, mai. Cos’è la Gita, se non la Realtà Trascendentale incarnata in modo supremo e divino? Ogni essere umano deve imparare cinque segreti supremi dalla Gita: 1). Vedi la Verità. 2). Senti la Verità. 3). Sii la Verità. 4). Rivela la Verità. 5). Manifesta la Verità.

In questo capitolo osserviamo che la Gita è allo stesso tempo il significato della vita e l'interpretazione divina della vita. Sfortunatamente, questo particolare capitolo è diventato vittima di polemiche controverse, nonostante il fatto che la Gita, dall’inizio del suo viaggio fino alla fine del suo viaggio, non presenti alcuna contraddizione. La Gita vede e rivela solo il volto dell'unità della Verità nella molteplicità. Studiosi e commentatori sono in guerra tra loro sulle loro teorie, né i filosofi sono inclini a evitare questa battaglia. Ognuno è ispirato a imporre le sue alte teorie sugli altri, ma un vero cercatore della Verità Suprema è veramente saggio. Prega il Signore Krishna di avere la Gita come sua esperienza personale. Sri Krishna sorride. Il devoto proclama:

Tu mi hai dato così tanto,
Dammi una cosa in più, un cuore grato.
Non grato quando piace a me.
Come se le tue benedizioni avessero giorni liberi;
Ma un tale cuore, il cui pulsare possa essere
La tua lode

— Mr. Herbert

Ecco, il devoto ha vinto la gara! Il devoto ha bisogno di un Guru, il Maestro. Sri Krishna è il Guru e Arjuna è il discepolo. Un eminente studioso indiano, Hari Prasad Shastri, scrive:

""Il Guru, o Maestro, è una necessità assoluta per la realizzazione della Verità? La risposta secondo la Gita è "Sì". Il Guru è la persona che insegna l'unità dell'anima con l'Assoluto e che vive la vita di Sattva. Egli può essere di ciascun sesso, secondo la Gita, non deve essere un recluso, che vive sulle nevi dell'Himalaya, tagliato fuori dal mondo, che parla solo attraverso selezionati apostoli, e che invia lettere fantastiche attraverso la "posta astrale". Il Guru della Gita è un uomo come ogni altro uomo buono, che tutti possono vedere in qualsiasi opportuno momento, che vive nella società umana e non rivendica alcuna superiorità sugli altri.""

Alla fine la Gita ci dice che il Guru di tutti i guru, il vero Guru, è Dio.

Capitolo XIV: I tre guna

SATTVA è purezza. Sattva è luce. Sattva è saggezza. Felicità e Sattva stanno insieme. Armonia e Sattva respirano insieme. I sensi in Sattva sono sovraccarichi di luce della conoscenza. Se uno lascia il corpo quando prevale Sattva, allora si reca nella pura dimora dei Saggi.

RAJAS è passione. Rajas è desiderio. Rajas è un'attività senza luce. Rajas lega il corpo all'azione. Rajas rimane o con un arido dinamismo o con un'aggressione cieca. Irrequietezza e Rajas respirano insieme. Separare la fatica da Rajas è praticamente impossibile. Rajas è un altro nome per il movimento travolgente. Se uno muore quando Rajas prevale, allora rinasce tra quelli attaccati all'azione.

TAMAS è sonno. Tamas è oscurità. Tamas è ignoranza. Stagnazione e Tamas stanno insieme. Futilità e Tamas respirano insieme. Impossibile per Tamas essere separato dai dolori senza scampo. Tamas è un altro nome per la morte lenta. La morte in Tamas è seguita dalla rinascita tra gli sciocchi insensati.

L'albero di Sattva porta il frutto chiamato armonia.
L'albero di Rajas porta il frutto chiamato dolore.
L'albero di Tamas porta il frutto chiamato ignoranza.

Sattva offre al mondo intero la conoscenza luminosa, Rajas, avidità travolgente, Tamas, rancida delusione. Colui la cui vita è inondata di Sattva guarda in alto nei cieli. Quindi va alle sfere superiori. Colui la cui vita è eccitata da Rajas guarda altezzosamente il mondo. Quindi dimora qui. Cieco è colui la cui vita è ricoperta dal Tamas tenebroso. Cieco come la pietra è lui. Quindi affonda verso il basso.

Il Signore dice che chi capisce l'origine dell’azione in queste triplici qualità di Prakriti, ed allo stesso tempo capisce Purusha, che è al di là delle qualità, viene a Lui ed entra nella Sua Natura e, infine, quando va oltre la lunghezza e l'ampiezza di queste tre qualità, Sattva, Rajas e Tamas, beve profondamente il Nettare dell'Immortalità.

Fai tutto il bene che puoi,
Con tutti i mezzi che puoi,
In tutti i modi che puoi,
In tutti i posti che puoi,
In ogni momento puoi,
A tutte le persone che puoi,
Sempre finché puoi

— John Wesley

Questo è esattamente ciò che ci si aspetta da un uomo Sattvico. Ora puoi chiedere, com'è che anche lui deve trascendere la sua natura? Non è forse unico nel suo servizio all'umanità? Potrebbe essere unico nella sua grande famiglia umana, ma non ha ancora raggiunto la perfetta libertà. Silenziosamente, segretamente e, ahimè, a volte anche inconsapevolmente il povero Sattvico è attaccato ai frutti del suo servizio generoso, agli effetti della sua conoscenza sublime. Quindi, al fine di raggiungere la libertà assoluta e la perfezione perfetta, l'uomo Sattvico deve trasformare e trascendere la sua natura.

Dopo aver superato tre Guna si deve fare una scelta: se si vuole rimanere nel Trascendente, molto al di sopra del campo di manifestazione, o se uno vuole servire il Respiro Eterno dell'Infinito nell'umanità e ispirare l'umanità alla realizzazione della Suprema Beatitudine, Pace e Potere.

Ci sono non una, ma due domande significative che Arjuna chiede. Quali sono i segni di colui che ha trasceso le tre qualità? Come si comporta? Come si va oltre le tre qualità?

Le risposte di Krishna sono:

Lo Yogi che ha trasceso le tre qualità della propria vita non odierà né bramerà i frutti di Sattva, Rajas e Tamas. Dentro e fuori è inondato dall'equanimità della sua anima. È assolutamente indipendente. Ha realizzato l'assoluta indipendenza della sua divinità interiore. Qualcosa di più: serve Dio con la sua devozione eccezionale. Lo fa con affetto. Serve l'umanità con tutto il suo amore. Lo fa incondizionatamente. Egli vede Dio e Dio solo in tutte le anime umane. Un tale Yogi alla fine diventa senza dubbio il Sé Supremo.

Capitolo XV: Il Purusha Supremo

Il capitolo XIII ci ha insegnato la verità che esiste un Campo e c'è un Conoscitore di quel Campo. Il capitolo XIV ha gettato una grande luce sul Campo, il gioco cosmico di Prakriti. In questo capitolo particolare impareremo a conoscere il Conoscitore, il Sé Individuale, il Sé Universale e il Sé Supremo.

Questo capitolo inizia con un albero. Questo albero è chiamato l'albero del mondo. A differenza degli alberi terreni o botanici, questo albero ha la sua radice in alto, nel Supremo. Il Supremo è la sua unica fonte. Verso il basso si diffondono i suoi rami. I Veda sono le sue foglie. Colui che ha sondato le profondità del mondo in continua evoluzione e in continuo progresso ha a disposizione tutte le Conoscenze Vediche.

Qui sulla terra questo Albero non è libero. È catturato dalla sua stessa azione e reazione qui in questo nostro mondo. È affettuosamente nutrito dalle tre qualità di Prakriti. Se uno vuole scoprire l'inizio, la fine e l'esistenza stessa di questo Albero, allora bisogna liberarsi totalmente da questo Albero-Tentazione.

L'albero significa aspirazione. Questa aspirazione alla fine si innalza verso l’Altissimo. Innumerevoli sono i sadhu (monaci) indiani che siedono sotto gli alberi ed entrano nel mondo della meditazione più profonda. L'aspirazione dell'albero li ispira e fa sorgere la loro aspirazione dormiente. Il Signore Buddha ha avuto la sua illuminazione ai piedi dell’albero della Bodhi. Il mondo lo sa.

La Gita è un oceano di spiritualità. La figlia più affettuosa della spiritualità è la poesia. Il soffio sottile della poesia è sempre accarezzato dalla spiritualità vitalizzante. Identifichiamo la nostra coscienza con la coscienza di un poeta quando parla di un albero.

Le poesie sono fatte da pazzi come me,
Ma solo Dio può fare un albero.

— Joyce Kilmer

Poiché la poesia è il mio forte, mi prendo volentieri la libertà di vedere con lo sguardo del poeta benedetto.

Per tornare al nostro albero filosofico. Il saggio ha tagliato la sua radice con l'ascia del distacco. Questa è la via della liberazione. Questa è la via per il bene supremo.

Un uomo saggio vive in perfetto autocontrollo. È devoto alla verità senza riserve e incondizionatamente. Vuole Dio e solo Dio, che è la fonte del mondo interiore e del mondo esteriore, e anche del mondo dell’Aldilà. Gli avvenimenti, incoraggianti o scoraggianti, piacevoli o spiacevoli, divini o non-divini non agitano la sua mente, per non parlare della sua esistenza interiore. Nuota nel mare di fruttuoso silenzio ed equanimità. Essendo il maestro dei sensi, egli li domina. Viene a Krishna, il suo unico rifugio. Niente sole, niente luna, niente fuoco nella Sua Dimora. Non sono necessari. Questa Dimora è la fonte dell'intero universo. È Tutta Illuminazione. Dalla sua dimora eterna non c'è ritorno.

Non è per i delusi, ma per i veggenti che sono dotati della visione divina che permette loro di riconoscere o capire Lui, il Signore Supremo, che entra nel corpo, risiede nel corpo e sperimenta le qualità della Natura e lascia il corpo all’ora da Lui scelta.

Si può essere sicuri, che tutti i seri sforzi di un uomo non gli saranno di alcun aiuto finché non avrà raggiunto la stabilità nella sua mente, finché la sua natura esteriore non sarà al suo comando, finché il suo cuore non traboccherà di amore e devozione per il suo Maestro spirituale (Guru), fino a quando non servirà il respiro vivente del Signore nell'umanità.

Ci sono due aspetti della creazione: la transitoria e l'imperitura. Al di là di questi due aspetti vi è il Supremo Impersonale. Questo Supremo Impersonale è allo stesso tempo onnipervadente e che tutto-sostiene.

Il Signore dice: "Io, il Purushottama, l'Essere Supremo, trascendo sia il transitorio che l'imperituro."

Ci sono quattro Veda. Stranamente, tutti e quattro i Veda parlano in modo significativo di questo Essere Supremo.

L'Essere Supremo, dalle mille teste, dai mille occhi, dai mille piedi;
Egli pervade la lunghezza e l'ampiezza della terra.
Egli è oltre i dieci angoli.

Qui "mille" significa senza dubbio infinito. L'infinito si manifesta attraverso il finito nel campo della manifestazione.

Il Purushottama è al di là del senza-forma e della forma, oltre l'impersonale e il personale. In Lui il più forte impulso dinamico e il Silenzio più profondo stanno insieme. Per lui, sono una sola cosa. Per Lui sono una sola cosa, la libertà celeste e la necessità terrena, la forma sempre-mutevole della terra e l’immutabile Realtà infinita.

Capitolo XVI: Forze divine e forze non-divine

Il mondo, la paura e la schiavitù godono della più profonda intimità. Colui che pensa a Dio è infine amato dal mondo. Chi ama Dio non ha paura. Trascende la schiavitù.

Colui che sente che il piacere dei sensi e la gioia suprema sono la stessa cosa è completamente in errore. L'autoindulgenza e la Meta della vita non potranno mai incontrarsi e non si incontreranno mai.

Per vedere Dio bisogna essere pratici, assolutamente pratici, sia nel mondo della realizzazione che nel mondo della manifestazione. Nessuno può essere più pratico di chi è dotato di qualità spirituali. La sua vita è guidata, protetta e illuminata dalle forze divine.

La paura teme di rimanere con colui che ha una perfetta fede in Dio. Il suo cuore è purezza La sua mente è libertà. Duplicità? Lui non sa cos’è. Usa il suo amore per amare l'umanità. Si aspetta amore in cambio solo se questa è la Volontà di Dio. Il suo servizio è offerto al Supremo nell'umanità, avendo distrutto completamente la radice dell'aspettativa, anzi l'albero della tentazione, con l'ascia affilata della sua luce di saggezza.

"La gioia della devozione e il silenzio della meditazione lo inspirano costantemente.
La violenza è troppo debole per entrare nella fortezza del suo pensiero, parola e azione.
La sincerità più pura egli ha. Il più grande sacrificio di sé egli è.
Non porta una corona fatta dall'uomo, ma una corona fatta da Dio che Dio Stesso ama. Il nome di questa corona divina è umiltà."

Colui che è divorato dalle forze non-divine non solo non è spirituale ma anche non-pratico nel senso più puro del termine. Non può mai rimanere da solo, anche se lo desidera. Vanità, rabbia, ostentazione ed ego lo destano dal suo sonno e lo costringono a danzare con loro. In segreto ma rapidamente l'ignoranza entra e si unisce a loro nella loro danza, e poi allegramente e trionfalmente insegna loro la danza della distruzione.

Egli usa il suo ego per comprare il mondo. Usa la sua rabbia per indebolire e punire il mondo. Usa la sua vanità e ostentazione per vincere con il mondo. Consapevolmente si offre alla glorificazione del piacere dei sensi. Ahimè, lui stesso non riesce a contare i suoi progetti immaginari, perché sono molteplici, innumerevoli. Ciò che possiede assolutamente è la sua auto-lode. Quello che è infallibilmente è, in verità, è la stessa cosa.

Dice alla carità e alla filantropia: "Guarda, sto inviando voi due al mondo. Ricordate, non vi sto donando al mondo. Riportatemi indietro dal mondo nome e fama. Tornate presto!"

La carità e la filantropia ascoltano umilmente il suo comando. Esse corrono verso il mondo. Toccano il mondo. Alimentano il mondo. Non si dimenticano di riportare nome e fama dal mondo per il loro padrone. Il padrone riceve il suo ambito premio: nome e fama. Ahimè, con suo grande stupore, l'inutilità segue il suo nome e la sua fama.

La sua vita è il trattino che congiunge il peccato e l'inferno. Cos'è il peccato? Il peccato è il gusto dell'ignoranza imperfetta. Cos'è l'inferno? L'inferno è la tortura spietata dei desideri insoddisfatti e l'abbraccio affettuoso dell'ignoranza soddisfatta.

All'inizio il ricercatore deve prendere l'ignoranza e la conoscenza separatamente. Più tardi si rende conto che, sia nell'ignoranza che nella conoscenza, QUELLO esiste. Allora ravviviamo la nostra fiamma di aspirazione con la sapienza profonda dell'Isha Upanishad. "Avidya a mrityum tirtha …." - "Grazie all’ignoranza egli oltrepassa la morte, grazie alla Conoscenza, egli gioisce dell'Immortalità."

Il capitolo si chiude con la parola Shastra (scritture). Gli Shastra non devono essere messi in ridicolo. Gli Shastra sono le conquiste esteriori delle esperienze e delle realizzazioni interiori dei Veggenti della Verità. La Meta suprema non è per coloro, che guardano dall'alto in basso le esperienze e le realizzazioni spirituali dei Veggenti del remoto passato. Commettono un errore Himalayano se sentono, con la forza dei loro impulsi vitali, che possono praticare la meditazione e apprendere i segreti della disciplina interiore senza aiuto. La guida personale è imperativa.

È facile dire: "Seguo la mia strada." Più facile è ingannare se stessi. La cosa più facile è far morire di fame la propria divinità interiore che vuole rivelare e manifestarsi.

Il Maestro ingiunge allo studente:

""O mio Arjuna, segui i Shastra.""

Capitolo XVII: La triplice Fede

L'uomo esteriore è ciò che è la sua fede interiore. Tutte le nostre attività, fisiche, vitali e mentali, hanno una fonte comune e il nome di questa fonte è fede. Con la nostra fede possiamo creare, controllare, conquistare e trasformare il nostro destino. Per essere sicuri, ciò che chiamiamo inconsciamente la fede umana non è nient’altro che la volontà divina in noi e per noi.

Cosa fa un uomo Sattvico con la sua fede luminosa? Usa la sua fede per invocare e adorare il Supremo. Cosa fa un uomo Rajasico con la sua fede appassionata? La usa per adorare e soddisfare le divinità. Cosa fa un uomo Tamasico con la sua fede tenebrosa? Adora gli spiriti e i fantasmi insoddisfatti, delusi, affamati, oscuri, impuri legati alla terra.

Dicono che in Occidente il cibo ha ben poco a che fare con la fede. In India il legame tra cibo e fede è quasi inseparabile. I nostri Veggenti delle Upanishad proclamarono: "Annam Brahma" - "Il cibo è il Brahman".

Un uomo Sattvico mangia i cibi freschi, puri e calmanti in modo che possa acquisire energia, salute, allegria e una lunga vita.

I cibi acidi, salati e eccessivamente caldi sono apprezzati da un uomo Rajasico. La malattia lo cattura. Il dolore lo tortura.

Dopotutto, anche un Tamasico deve mangiare. Mangia avidamente i cibi che sono stantii, insipidi, impuri e sporchi. Il risultato del suo mangiare può essere meglio sentito che descritto.

Austerità

L'austerità non significa tortura fisica, tutt'altro. La mortificazione della carne può essere goduta solo da una natura diabolica. Dio, il Misericordioso, non richiede la nostra tortura fisica. Egli vuole che noi abbiamo la profonda luce della saggezza. Niente di più e niente di meno.

Austerità significa un corpo dedicato, una mente pura, un cuore amorevole e un'anima risvegliata.

L'austerità esterna cresce sul suolo fertile della semplicità, della sincerità e della purezza. L'austerità interiore cresce sul terreno fecondo di serenità, tranquillità ed equanimità.

L'austerità sattvica non richiede ricompensa. L'austerità rajasica si aspetta e richiede guadagno, onore e fama. L'austerità tamasica vuole e ama l’auto-immolazione o la distruzione degli altri.

Un cercatore della Verità trascendentale e le forze sessuali non possono mai correre assieme. Il cercatore che cammina lungo la strada della scoperta di sé e della scoperta di Dio deve sapere qual è il vero celibato.

Per citare Krishnaprem: "Un celibato nevrotico con la cosiddetta mente inconscia piena di sesso frustrato, che sfocia in un gorgo di fantasia più o meno mascherata, è la peggiore condizione per chi cerca la vita interiore. Una tale condizione può, come estrema debolezza fisica, dar luogo a strane esperienze e visioni, ma impedirà in modo abbastanza efficace qualsiasi reale progresso nel Sentiero. Il sesso sarà trasceso, non può essere soppresso… senza pagarne le conseguenze."

Il capitolo termina più profondamente con il Brahman. Il Brahman è divinamente designato dalle tre parole che fanno fremere l'anima: AUM TAT SAT.

AUM è il simbolo mistico supremo. AUM è il vero nome di Dio. Nella manifestazione cosmica è AUM. Oltre la manifestazione, nel più lontano Aldilà è AUM.

TAT significa "Quello", l’Eterno Senza-Nome. Al di sopra di tutti gli attributi, maestoso "Quello" sta.

SAT significa Realtà, la Verità Infinita.

Dobbiamo cantare AUM e poi iniziare a svolgere i doveri divini della nostra vita.

Dobbiamo cantare TAT e quindi offrire all'umanità tutti i nostri risultati, energizzanti e appaganti.

Dobbiamo cantare SAT e poi offrire a Dio ciò che siamo interiormente ed esteriormente, la nostra stessa esistenza.

Capitolo XVIII: Astensione e rinuncia

Lentamente, costantemente e con successo, stiamo risalendo l'ultimo piolo della scala della Gita. Qui avremo quasi la quintessenza dell'intero CANTO. Arjuna desidera imparare la natura dell'astenersi dall'azione e la natura della rinuncia ai risultati dell'azione e anche la differenza tra di esse. Il Signore gli dice che il sannyasa è l'astensione dall'azione sollecitata dal desiderio. Tyaga è la rinuncia ai frutti dell'azione.

Sannyasa e sankhyayoga sono identici, mentre tyaga e karmayoga sono identici.

Con la nostra più grande sorpresa, anche ora in India c'è una cieca convinzione che un'anima realizzata non lavori o non possa lavorare o addirittura non debba lavorare sul piano fisico. Ahimè, la povera anima realizzata deve astenere la sua esistenza dalle attività del mondo! Se tale fosse il caso, allora credo che l'autorealizzazione sia a dir poco una severa punizione, un risultato indesiderabile, carico del pesante fardello della futile frustrazione. Per essere sicuri, una persona realizzata è colui che si è liberato dalle insidie della desolata schiavitù. Se non lavora con il suo corpo, la mente, il cuore e l'anima nel mondo, per il mondo, e se non aiuta i cercatori sul Sentiero, allora chi altro è competente a condurre l'umanità che lotta, piange e aspira al suo obiettivo destinato?

Per la liberazione, è essenziale la rinuncia. La rinuncia non significa l'estinzione del corpo fisico, dei sensi e della coscienza umana. La rinuncia non significa che si debba essere a milioni di miglia di distanza dalle attività del mondo. La rinuncia non dice che il mondo è il paradiso degli sciocchi. La vera rinuncia non solo respira in questo mondo, ma divinamente appaga la vita del mondo.

Le Upanishad ci hanno insegnato: "Gioite attraverso la rinuncia." Proviamo a farlo, inequivocabilmente avremo successo.

La giusta azione è buona. L'azione senza desideri è migliore. La dedizione dei frutti al Signore è in verità la migliore. Questa dedizione è chiamata la vera Tyaga.

Alcuni insegnanti spirituali ritengono che l'azione sia un male non necessario. Conduce l'uomo alla schiavitù perpetua. Quindi affermano violentemente e con orgoglio che tutte le azioni, senza eccezione, devono essere evitate senza pietà. Sri Krishna illumina graziosamente la loro follia. Dice che yagna (sacrificio), dana (dono di sé), tapa (autodisciplina) non devono essere evitati, perché yagna, dana e tapa sono i veri purificatori. Inutile dire che anche queste azioni devono essere eseguite senza il minimo attaccamento.

La rinuncia al dovere verso l'umanità non è mai un atto di realizzazione spirituale o almeno un atto di risveglio spirituale. La beatitudine della libertà non è per chi abbandona il dovere per paura del dispiacere corporale e della sofferenza mentale. La sua aspettativa falsa e assurda lo porterà indubbiamente al mondo dell'ignoranza, dove sarà costretto a cenare con paura, ansia e disperazione.

È un uomo di vera rinuncia colui che sia non odia un'azione spiacevole quando il dovere lo richiede, né è desideroso di compiere solo un'azione buona e piacevole.

Il Signore dice: "Rinunciare completamente a tutte le azioni non è possibile per un'anima incarnata. Colui che rinuncia al frutto dell'azione è il vero rinunciante."

Quando il desiderio è totalmente rifiutato e il guadagno personale è sinceramente non ricercato da un cercatore, solo allora la perfetta libertà splende dentro e fuori di lui.

La Gita è la rivelazione della spiritualità. Prima o poi tutti devono intraprendere la spiritualità. Non c'è bisogno e non può esserci alcuna costrizione. Costringere gli altri ad accettare la vita spirituale è un atto di stupenda ignoranza. Un vero Guru sa che il suo non è il ruolo di un Comandante in Capo. Non ordina mai nemmeno ai suoi più cari discepoli. Egli semplicemente risveglia e illumina la loro coscienza in modo che possano vedere la verità, sentire la verità, seguire la verità e infine diventare la verità.

In molti modi Sri Krishna ha trasmesso la saggezza più stimolante ad Arjuna. Alla fine dice: "Arjuna, avendo riflettuto pienamente sulla saggezza, fai come vuoi."

Sri Krishna ha da dire qualcosa di più: "Arjuna, la mia parola suprema, il mio segreto più segreto di tutti, a te Io dico. A te dispiego il segreto del Mio cuore, perché sei sempre a Me caro. Offri il tuo amore a Me. Dedicati a Me. Inchinati a Me. Dammi il tuo cuore. Vieni da Me senza dubbio. Questo ti prometto. Arjuna, mi sei caro. Abbandona tutti i doveri terreni a Me. Cerca il tuo unico rifugio in Me. Non temere, non addolorarti, ti libererò da tutti i peccati." La verità deve essere offerta solo ai ricercatori onesti. Sri Krishna avverte dolcemente Arjuna che la verità che Arjuna ha imparato da Lui non deve essere offerta a un uomo senza fede, senza devozione e senza auto-disciplina. No, la suprema verità di Sri Krishna non è per colui, la cui vita si tinge di scherno e blasfemia.

Ora Sri Krishna vuole sapere se Arjuna ha capito Lui e la sua Rivelazione. Vuole anche sapere se Arjuna si è liberato dalla morsa dell'illusione e dalle insidie dell'ignoranza.

"Krishna, mio unico Salvatore, la mia delusione se ne è andata via. Distrutta è la mia illusione. Saggezza io ho ricevuto. La Tua Grazia l'ha reso possibile, la Tua Grazia suprema. Mi sento fermamente liberato dai miei dubbi. I miei dubbi non esistono più. Sono al tuo comando. Il tuo comando imploro. Sono pronto. Io agirò."

L'anima umana è riuscita gloriosamente a svuotare tutta la sua notte di ignoranza nell'Anima Trascendente della Luce Eterna. L'Anima Trascendente ha cantato trionfalmente la Canzone dell'Infinito, dell'Eternità e dell'Immortalità nel cuore che aspira della coscienza umana.

Vittoria, vittoria al cuore piangente e sanguinante del finito. Vittoria, vittoria al flusso di Compassione e al cielo di Illuminazione dell'Infinito. La vittoria del mondo interiore arde! La vittoria del mondo esteriore cresce!

Vittoria ottenuta. Vittoria realizzata. Vittoria rivelata. Vittoria manifestata.

Parte II: Il Re, il Principe, il Figlio

Il Re

Dio è orgoglioso della sua Divinità in Sri Krishna. L'uomo è orgoglioso della sua umanità in Sri Krishna.

Sri Krishna è l'amato Barcaiolo che instancabilmente conduce la sua barca di coscienza tra la storia senza precedenti dell'India e la sua spiritualità senza rivali.

La divinità crescente dell'uomo anela alla perfezione umana in Sri Krishna l'uomo. Nell'umanità di Sri Krishna c'è la promessa dell'uomo di diventare divino. Sri Krishna ha rubato incondizionatamente il cuore delle Gopi. Le Gopi hanno rubato la sua estasi senza riserve.

Dolcezza e grazia inesprimibile, legame indissolubile, sacrificio insondabile - questo è davvero Radha, la Madre-Cuore di Sri Krishna.

Radha porta l'anima umana nel cuore di Sri Krishna. Sri Krishna trasforma l'anima umana nell'Anima Divina e le comanda di svolgere il suo ruolo nel Gioco Divino.

L'influenza del Mahabharata è una fioritura di secoli. L'influenza di Sri Krishna è Benedizione per l'eternità.

I Pandava avevano amore per Sri Krishna. Sri Krishna non aveva solo amore, ma anche una grande sollecitudine per i Pandava.

Alla fine Arjuna divenne il figlio spirituale di Sri Krishna. Alla fine Sri Krishna divenne lo schiavo amorevole della resa incondizionata di Arjuna.

La Gita è il Cuore di Sri Krishna, la sua Visione nell’Appagamento. La Gita è il respiro dell'umanità, il suo viaggio verso l'Immortalità.

Il flauto di Sri Krishna scuote la Coscienza Universale. La Gita di Sri Krishna incanta la Coscienza Trascendente.

Sri Krishna suona il suo flauto. Noi sentiamo, facciamo qualcosa di più, noi barattiamo la polvere del nostro corpo con la pienezza della sua anima. Se l'Avatar Sri Krishna è la Porta più complicata, allora la Gita, la Sua Canzone, è la Chiave più efficace.

Per un'anima legata alla terra, la Gita può riconciliare fruttuosamente i problemi oscuri della vita umana. Per un'anima che cerca il Cielo, la Gita può risvegliare una nuova coscienza di Beatitudine sempre crescente.

Lo voglio, mi rifiuto di accettare l'invito del desiderio. Sri Krishna lo fa. Lui entra per illuminare la mia coscienza.

Il mio ideale è di salire sempre più in alto sulla scala dell'evoluzione divina. L'ideale di Sri Krishna è di fare di Se stesso il Sacrificio divino per rafforzare i pioli della scala.

Sri Krishna è dolce quando Lo realizzo nella perfezione del mio "Io". Sri Krishna è più dolce quando Lo realizzo come Colui che agisce. Sri Krishna è dolcissimo quando Lo realizzo come il Pilota di tutte le mie azioni e me stesso come Suo strumento dedicato.

Un aspirante è l’anelito che costringe Sri Krishna a catturarlo con la stessa pazzia dell'amore.

La vita di un Vaisnava è intossicata dall'amore. Egli è una parte dell'individualità di Sri Krishna, che perpetua tutte le qualità divine di una Vita eterna. Quando vivo nell'anima di Sri Krishna, vedo la Verità dall'alto. Quando vivo nel cuore di Sri Krishna, vedo la Verità dall'interno. Quando vivo nel Corpo di Sri Krishna, vedo la Verità dall'esterno.

Sri Krishna è l'oceano senza sponde della Beatitudine, ma appena mi dedico sinceramente a Lui, Lui Si presenta a me con la Sua stessa Barca e mi porta nella Riva sconfinata, il Tutto Dorato.

Sri Krishna percorse la terra per annientare le filosofie della spiritualità mondana e del materialismo che afferra il mondo. Stabilì sulla terra il "Dharmarajya", il Regno della Legge Interiore. Restaurò il vero spirito dell'eroismo degli Kshatriya, motivato non dall'ego umano, ma dalla Divina Volontà, rendendo l'uomo uno strumento devoto e attivo del Supremo. Portò alla coscienza terrestre la Verità suprema che la terra e la vita terrena, essendo intrinsecamente divine, devono essere rese esteriormente divine, pienamente e totalmente, in ogni sfera, in ogni aspetto.

Il Principe

"Quando "Vado al Buddha come rifugio", Egli mi benedice.
Quando "vado alla Legge Interiore per rifugio", Essa mi illumina.
Quando "vado all'Ordine per rifugio", Egli mi utilizza."

Siddhartha agì. Volò dalla sua vita familiare allo stato di senzatetto. Il Supremo agì. Pose il Buddha nel cuore adorante dell'umanità, nel grembo dell'amore universale.

Egli vide ed evitò la tentazione. Egli sentì e visse l’austerità. Egli realizzò e offrì la via di mezzo.

L'Onnipotente fece due cose. Attraverso Siddhartha Gautama, rivelò l'ideale della perfezione in un essere umano. Attraverso il Buddha, rivelò la sua illuminazione e la sua compassione in un essere divino.

Il Buddha mise da parte la casta. Insegnò. Coloro che erano caduti impararono da Lui il valore del rispetto di sé. Coloro che erano inflessibili impararono da Lui la necessità dell'umiltà.

Il Nirvana è un potere miracoloso. In senso negativo piace alle anime che vogliono l’"Estinzione". In senso positivo piace alle anime che desiderano la Beatitudine Ultima e Trascendentale.

Il Buddha non si erse contro la religione indù. Si schierò contro le perversioni e le corruzioni indù. Non si vergognò mai della religione indù, ma si vergognò completamente di alcuni dei suoi modi e metodi.

Il Buddha non aveva alcun Dio, ma Egli aveva la Divinità nella sua misura più completa.

"Con il Suo Cuore l'Insondabile arrivò al Buddha.
Con la Sua Mente l'Inconoscibile venne al Buddha.
Con la Sua Beatitudine il Trascendente arrivò al Buddha."

L'induismo è l'albero. Il buddismo è il suo ramo più grande. Il Figlio scoprì che Sua Madre non era perfetta. Così decise di vivere tutto solo.

Il buddismo ha dato vita a due scuole di pensiero: Hinayana e Mahayana. Hinayana o Theravada dipendono dall'auto-confidenza. Mahayana dipende dalla Grazia. L'Hinayana desidera ardentemente la salvezza individuale. Il Mahayana desidera ardentemente la salvezza collettiva.

L’Hinayana ritiene che solo i monaci abbiano il diritto di pregare per la Verità Ultima. Il Mahayana sente che non solo i monaci ma anche i laici hanno il diritto di pregare per la Verità Ultima.

La meditazione dà l'illuminazione, sente un hinayanista. Meditazione, preghiera e invocazione, tutti assieme danno l'illuminazione, sente un mahayanista. Un hinayanista siede ai piedi degli Insegnamenti di Buddha, seguendo il consiglio che una persona deve lavorare per la propria salvezza.

Un mahayanista siede ai piedi della Personalità Terrestre di Buddha, seguendo il consiglio che non si dovrebbe attraversare la Porta della Beatitudine Trascendentale finché ogni anima non sia stata liberata.

È vero, il buddismo non è più vivo nella terra della sua nascita, ma Madre India è molto orgogliosa del suo Principe spirituale e ha sempre a cuore il suo Insegnante illuminante. Il suo sentimento più affettuoso è: il Mio Buddha è un figlio ribelle. Il Mio Buddha è un grande Collaboratore. Il Mio Buddha è un grande Riformatore.

Il Figlio

Gesù venne. Il mondo udì. Gesù andò. Il mondo vide. Gesù sorride. Il mondo diventa.

Gesù volle. Il mondo non diede. Il mondo volle. Gesù diede. Inoltre, divenne.

Gesù ebbe la possibilità di dire al mondo la virtù senza pari del Perdono. Gesù non ebbe la possibilità di dire al mondo l'inevitabile necessità della Spada. La nascita umana di Gesù era la domanda. La sua morte divina non era solo una risposta, ma la risposta.

Dio fu più che di successo nel mandare suo Figlio sulla terra. L'umanità soffrì peggio della sconfitta nel non ricevere il Figlio.

Gesù ebbe. Il mondo aveva bisogno. Il mondo ebbe. Gesù accettò.

Gesù agì. Svelò Se stesso. Il mondo agì. Velò Sé stesso.

Dio sorrise attraverso gli occhi di Gesù. L'umanità gridò attraverso gli occhi di Gesù.

Gesù era la creazione terrena di Maria. Maria era la sua creazione spirituale. Protesse la pianta. L'albero la proteggeva, e lei dentro di sé protegge l'intera creazione di Suo Padre.

La sensualità non può vivere nella Purezza, ma la Purezza può vivere nella sensualità. La Purezza di Maria tocca non solo il flusso incessante dell'impurità umana, ma anche la sua fonte: l'ignoranza.

L'impurità umana sa solo come gridare. La Purezza divina di Maria ascolta certamente il suo grido, ma la sua bacchetta dinamica deve aspettare l'Ora di Dio. Inoltre, la ricettività di ogni individuo è di fondamentale importanza.

Il corpo di Gesù mostrò alla terra come servire. L'anima di Gesù mostrò ai Cieli come discendere.

Gli errori della Terra sono enormi. La compassione di Dio è più grande. Gesù lo sapeva. Pregò per questa benedizione: "Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno."

Dio è sia Ragione che Fede. Il protestantesimo vuole vedere Dio attraverso la sua Ragione immacolata. Il cattolicesimo vuole vedere Dio attraverso la sua Fede implicita.

Il cattolicesimo sente che Cristo è stato eternamente. Il protestantesimo ritiene che Cristo sia gradualmente diventato.

Chi è il nostro unico amico? Uno che ci aiuta coscientemente o inconsciamente a realizzare la Volontà di Dio dentro e fuori. Gesù lo sapeva. "Amico", si rivolse a Giuda. Il significato del bacio di Giuda il Cielo lo conosceva, ma la terra deve ancora conoscerlo.

Parte III: Storie dalla Gita: Stories from the Gita

La Sorgente

Sappiamo tutti che la Gita viene dal Mahabharata, la più grande epica dell'India. C'era un grande saggio di nome Vyasa. Il nome di suo padre era Parasara. Una volta, il saggio Vyasa era profondamente ispirato a scrivere un'epica, ma scoprì che era impossibile per lui scrivere l'intera epica. Quindi pregò Brahma, il Creatore.

Brahma, Vishnu, Shiva, la nostra Trinità: Brahma il Creatore, Vishnu il Conservatore, Shiva il Trasformatore. Vyasa pregò Brahma e Brahma discese in forma umana. Il saggio disse a Brahma: "Per favore, mandami qualcuno che possa scrivere ciò che dico." Brahma disse: "Beh, c'è solo una persona sulla terra che può farlo, e questo è Ganapati. Invocalo, egli può scrivere il tuo dettato." Così invocò Ganapati, il figlio di Shiva.

Ganapati arrivò e accettò di scrivere a una condizione. La condizione era che Vyasa non potesse avere pause, doveva dettare continuamente, senza interruzioni. Se esitava o se si fermava, Ganapati lo avrebbe lasciato. Vyasa acconsentì e disse: "Ora, anche io voglio dettarti una condizione, e questa condizione è che, a meno che e fino a quando non conoscerai il significato di ciò che detterò, non scriverai. Devi aspettare e chiedermi se c'è qualcosa che non comprendi." Vyasa era molto intelligente. Pensava che avrebbe usato frasi complesse e che Ganapati avrebbe avuto bisogno di tempo per capirle, e nel frattempo avrebbe potuto ottenere più ispirazione e prepararsi per la dettatura. Così fu composto il Mahabharata.

Krishna ho bisogno di Te soltanto

Quando Sri Krishna stava facendo la siesta, sia Duryodhana che Arjuna arrivarono da Lui. Duryodhana arrivò pochi minuti prima e, essendo pieno di orgoglio, si fermò accanto alla testa di Sri Krishna. Arjuna, pieno di umiltà e modestia, stette in piedi accanto ai piedi di Sri Krishna.

Dopo un po', Sri Krishna si svegliò e i suoi occhi si posarono su Arjuna. Quando si voltò, vide Duryodhana. Voleva sapere perché erano lì a quell'ora. Arjuna disse: "Ora sai che la battaglia avrà luogo. Ho bisogno di te."

Duryodhana disse: "Anch'io sono venuto qui per ricevere aiuto da te, e sono venuto prima di lui quindi prima devi soddisfare il mio desiderio." Quindi Sri Krishna disse: "È vero che sei venuto prima di Arjuna, ma ho visto prima lui, e gli verrà data la prima possibilità. Inoltre, è più giovane di te. Così avrà la prima scelta.

Arjuna disse a Krishna con grande gioia. "Voglio te!"

Duryodhana pensò: che persona stupida è Arjuna. Vuole solo Krishna.

Sri Krishna disse: "Mi vuoi? Ma non combatterò. Sarò solo il tuo auriga. Uno di voi avrà solo me e l'altro avrà il mio vasto esercito."

Duryodhana pensò, cosa poteva fare Krishna da solo e disarmato? La cosa migliore per lui era avere l'esercito di Krishna.

Arjuna tuttavia, essendo una persona illuminata, si disse: "Cosa ne farò del suo esercito? La cosa migliore è avere il Signore con me. Il Signore sarà in grado di proteggermi e il Signore mi porterà la vittoria." Arjuna voleva Sri Krishna e Duryodhana voleva l'intero esercito di Sri Krishna.

Ora la promessa era che Sri Krishna non avrebbe mai, mai combattuto. Sfortunatamente, dovette rompere la sua promessa; non poté mantenerla. Per due volte scese dal carro. Per uccidere chi? Bhishma. Il terzo e il nono giorno Sri Krishna scoprì che Arjuna non stava combattendo adeguatamente contro suo nonno. Arjuna trovava estremamente difficile usare le armi contro il suo nonno.

Sri Krishna disse: "Arjuna, non stai combattendo. Perché?" Così scese dal carro con il suo disco. Voleva uccidere Bhishma. E quale fu la reazione di Bhishma? La gioia di Bhishma non conosceva limiti. Disse: "Vieni, o mio Signore, vieni! Se muoio nelle tue mani, immediatamente andrò in paradiso! Sono la persona più benedetta perché vieni ad uccidermi!"

Tuttavia, entrambe le volte, Arjuna seguì Sri Krishna e disse "No, devi mantenere la tua promessa. Non ti lascerò combattere, combatterò io. Non ti permetterò di rimangiare la tua parola. Vieni, siediti sul carro e guidami. Io combatterò.

Qui apprendiamo che il Guru, il Maestro, può in ogni momento rompere la sua stessa promessa per aiutare, per salvare, per ottenere una vittoria per il discepolo. Sri Krishna era Onnisciente, Onnipotente, Onnipresente e anche Giusto, ma quando il problema riguarda uno dei discepoli più intimi, il Guru va contro la comune luce della moralità. Questo era il cuore di Sri Krishna per Arjuna.

La Vittoria è là dov’è il Dharma

Il figlio maggiore di Gandhari, Duryodhana, venne da lei per la benedizione. Ella non disse: "Prego per la tua vittoria!" O "Tua sarà la vittoria!" Ella disse: "Dove c'è il Dharma, là sarà la vittoria." Sapeva perfettamente che dall'altra parte, nell'altro partito, c’era Yudhishthira, il Figlio del Dharma, il Dharma incarnato, che avrebbe ottenuto la vittoria. Non poteva benedire suo figlio dicendo: "Tua sarà la vittoria". Così ella disse: "Dove c'è il Dharma, là ci sarà la vittoria."

Lesse la Gita, ma non seguì la Gita

Ci sono settecento versi nella Gita. Ho avuto la fortuna di vedere un uomo in India che ha recitato l'intera Gita in un'ora e mezza, dall'inizio alla fine e mi ha detto che prima poteva farlo in un'ora. Tuttavia, recitare è una cosa, ripetere è una cosa, ma seguire gli insegnamenti della Gita è un'altra cosa. L'uomo che recitò a memoria tutta la Gita forse non seguiva alcuno degli insegnamenti della Gita. Nel terzo capitolo della Gita arriviamo a sapere che mangiare troppo non va bene. È meglio avere cibo fresco e non stantio, ma quest'uomo era un mangiatore vorace e mangiava cibo avariato e rovinato. Così, leggeva la Gita ma non seguiva la Gita.

Krishna, il mistero eterno

Sri Krishna era un insegnante fin dall'inizio della sua vita. Anche prima di entrare nel mondo fisico agiva come insegnante. Prima di entrare nel ventre di sua madre, venne da suo padre che era stato imprigionato dal re e disse: "Ora sto per entrare nel mondo fisico. Appena nato, mi porterai fuori da questa cella e mi porterai a Nanda" (uno dei suoi parenti). Suo padre vide Sri Krishna vividamente prima che Egli entrasse nel mondo della manifestazione, e con sorpresa di tutti, all'improvviso tutte le porte e i cancelli della prigione si spalancarono e suo padre lo portò alla casa di Nanda. Qui iniziò il suo insegnamento.

Prima di venire al mondo, un incidente simile avvenne alla madre del Signore Buddha. Anche il cristianesimo dice praticamente la stessa cosa, che Gesù entrò consapevolmente nell'utero di sua madre.

Per tornare a Sri Krishna, mentre era solo un bambino, aprì la bocca e mostrò a sua madre l'intero universo. Stava insegnando a sua madre che l'universo non è in nessun altro posto che dentro di lui.

Poi, quando aveva undici anni, un giorno osservò che i suoi genitori, i suoi parenti e i suoi vicini stavano compiendo cerimonie in onore del Signore Indra, Indra il Dio della pioggia, Re degli Dei. Sri Krishna disse: "Perché stai adorando Indra? È meglio adorare questa collina. Perché non adori questo Giri Govardhan? I nostri bovini vengono nutriti da questa collina e tutti vengono aiutati in un modo o nell'altro da questa collina. Dovremmo adorare la collina e non Indra. Indra non ci sta aiutando in alcun modo. Se vuoi sapere la verità, allora adora questa collina." In quell'occasione Lo ascoltarono. Adorarono non Indra ma la collina, e Indra divenne furioso. Inondò l'intero luogo di acqua. Vi fu un acquazzone costante che durò sette giorni, ma Sri Krishna non poteva accettare la sconfitta. Con una delle sue dita sollevò l'intera collina e la collina servì allo scopo di un ombrello. L'intera zona era sotto la protezione della collina, ed è ancora lì. Si dice che Sri Krishna la trattenne per sette giorni e poi Lord Indra sentì che era inutile. Sri Krishna protesse tutta la sua razza e tutti i suoi parenti. Allora il Signore Indra accettò la sua sconfitta.

Krishna era un mandriano e aveva molti, molti amici. Era un grande flautista. I ragazzi e le ragazze, specialmente le ragazze, venivano ad ascoltare la sua musica, ma l'amore che aveva per loro era sempre il più puro. Aveva molte cosiddette fidanzate. Associamo immediatamente questo termine con l'emozione sbagliata, ma nel caso di Sri Krishna, la sua relazione era assolutamente pura. Tra queste ragazze, ce n'era una chiamata Radha. Radha divenne infine la sua consorte e la sua shakti, e fu lei a comprendere pienamente chi fosse Sri Krishna. Là Sri Krishna stava esprimendo il suo Amore Divino agli esseri umani. Era una gioia che lui volesse esprimere, pura delizia, in questo mondo fisico, ma la critica esisteva anche in quei giorni. La gente iniziò a criticare apertamente Sri Krishna a causa della sua passione per Radha. Radha gli divenne molto intima. Un giorno, Radha, di umore imbronciato, gli disse: "Guarda, sei così puro e così divino e vengo qui ad ascoltare la tua musica e tu mi dici verità eterne e divine. Com'è possibile che le persone creino questi pettegolezzi, specialmente le mie amiche? Solo perché tu mi dai particolare attenzione, ci criticano." Sri Krishna le rivolse un ampio sorriso e disse: "Va bene." Così un giorno Sri Krishna invitò tutte le sue amiche e disse loro: "Oggi desidero fare un gioco speciale . So che tutte voi siete pure e siete tutte caste. Molte di voi hanno mariti." Quindi Sri Krishna prese un setaccio e un secchio d'acqua. Disse a ciascuno di versare l'acqua nel setaccio, e se l'acqua non fosse filtrata, significava che quella ragazza particolare era pura e casta. Iniziarono, uno per uno, a versare acqua, e naturalmente con la prima, l'acqua filtrò. Ridevano tutti e dicevano che non era casta o pura, e lei affondò la testa nella piega del suo braccio. Poi arrivò la ragazza successiva e successe la stessa cosa, e così via con ogni ragazza.

Radha stava osservando la scena. Sri Krishna le disse: "Radha, perché taci, perché non ci provi?" Lei disse: "Mi criticano sempre, e se provassi, probabilmente mi unirei a loro nel fallimento." Sri Krishna disse: "Perché non vieni e ci provi, dopotutto è un gioco." Così andò e versò l'acqua, secchio dopo secchio, ma il setaccio non la fece filtrare. Erano tutti sbalorditi e Sri Krishna disse: "Guarda qui, ora potete vedere chi è casto, chi è puro. Ora vi sto insegnando la verità eterna. Io sono il Signore dell'Universo. Radha viene da Me per aiuto spirituale e per la Verità Eterna, e il mio amore per lei e per tutti voi è spirituale e divino. Alcuni di voi hanno mariti, ma le vostre menti vagano ancora altrove. Vi interessate di altri uomini e prestate molta attenzione al nome, alla fama e ai doveri, ma nel caso di Radha, io sono sempre nella sua testa. Radha è una donna sposata, Radha ha il suo marito, eppure, non importa dove vada e con chi parli, la sua mente è sempre su di Me. Io sono il Signore dell'Universo e chiunque pensi a Me è il più puro della terra. Quelli che pensano ad altre cose non sono puri."

Quando crebbe nella società molto spesso desiderava dare consigli illuminanti. Tutti venivano da lui per avere una guida e lui era il loro principale consigliere. Quando i Pandava divennero i suoi amici più intimi, li consigliava sempre nelle loro difficoltà, in tutti i loro dolori e le loro gioie Sri Krishna era lì per consigliarli. Poi venne sul campo di battaglia per aiutare Arjuna. Sappiamo già dalla Gita come raccomandò ad Arjuna di combattere, e insegnò ad Arjuna la vita interiore, la vita spirituale, la perfezione interiore e la perfezione esteriore, la realizzazione e la rivelazione. Sri Krishna disse: "Ogni volta che c'è il declino della giustizia, e l'ingiustizia sta ascendendo, allora Mi incarno per proteggere i virtuosi e porre fine ai malfattori, per stabilire il Dharma, Io nasco di età in età." Questo è uno dei versi più importanti della Gita.

Arjuna e l’asceta

Arjuna fu un guerriero rajasico. Desiderava combattere e uccidere le persone. Nel Mahabharata abbiamo visto come ha combattuto contro il nemico. Krishna voleva distruggere l'orgoglio rajasico di Arjuna perché Arjuna gli era molto caro tra gli amici e i discepoli di Krishna. Una volta l'orgoglio entrò in Arjuna e Sri Krishna disse: "Andiamo a fare una passeggiata." Entrambi andarono a fare una passeggiata e sulla strada videro un asceta che stava mangiando una piccola foglia di erba secca. L'erba verde era a portata di mano e disponibile, ma stava raccogliendo erba secca. Allo stesso tempo, una spada nuda pendeva al suo fianco. Arjuna non poteva capire. Da una parte non mangiava nemmeno l'erba verde che ha la vita per non danneggiare o ferire alcun essere vivente. Tale era la sua compassione per gli esseri viventi che era pronto a mangiare erba secca, ma non erba verde. Eppure, allo stesso tempo, c'era una spada al suo fianco. Così Arjuna chiese a Sri Krishna: "Per favore dimmi cosa c'è che non va in questo individuo. Perché la sua vita è una contraddizione con un filo d'erba e allo stesso tempo una spada nuda?" Sri Krishna disse: "Va e chiedi a lui." Così andò a chiedere all'asceta: "Per favore, dimmi. Non capisco perché ti comporti in questo modo." L'uomo rispose: "Hai ragione, voglio condurre una vita pia, non voglio ferire, ma allo stesso tempo, voglio uccidere quattro persone sulla terra e per questo ho tenuto questa spada. Quattro persone, nel momento in cui le vedrò, le ucciderò." Arjuna disse: "Per favore, fammi sapere chi sono."

"Il primo è Narada."

"Cosa ti ha fatto Narada?"

"Oh Narada! Per tutto il tempo canta le glorie del mio Signore Krishna. Non c'è tempo per il mio Signore di riposare. Per tutto il tempo deve cantare e sento le canzoni, cantare, cantare, cantare. Lui disturba sempre il sonno del mio Signore. Voglio uccidere questo disgraziato Narada se lo vedo."

"Allora chi è la seconda persona?"

"Il secondo è Draupadi, la moglie di Arjuna. All'improvviso, lei disse: 'Signore, salvami, salvami!' Il mio Signore dovette andare e applicare la sua forza per salvare la sua modestia. Che tipo di audacia ha avuto!"

La storia di Draupadi è che quando Yudhishthira perse contro Duhshasana, il fratello minore di Duryodhana, in una partita a dadi, l'ultima promessa che fece fu che Draupadi sarebbe stata assegnata al vincitore. Così, mentre perdeva di nuovo, Draupadi, la moglie, dovette andare dall'altra parte e stare con i Kaurava. Essi volevano spogliare Draupadi e fare una cosa così impensabile di fronte a re e potenti. Draupadi, all'inizio, cercò di tenersi stretti i suoi vestiti, ma alla fine si arrese e disse: "Oh Krishna, salvami!" Immediatamente Krishna le concesse un infinito numero di indumenti. Continuarono a toglierle il vestito, ma era infinito, quindi era inutile che continuassero.

Quando la famiglia Pandava era nella foresta, accadde che il saggio Durvasa venne da loro con tutti i suoi seguaci e discepoli. I nemici dei Pandava avevano mandato Durvasa a pronunciare una maledizione sui Pandava. Durvasa una volta era andato dai Kaurava ed era stato accolto molto bene, e gli era stato dato l'onore principesco dal più anziano dei Kaurava, Duryodhana. Poiché era molto compiaciuto di Duryodhana, Durvasa disse: "Ora chiedimi qualsiasi favore." In quel momento, Duryodhana gli chiese di andare nella foresta dove si trovavano i Pandava. Sri Krishna aveva dato ai Pandava un vaso da cui potevano essere nutrite un numero qualsiasi di persone. Tuttavia, sarebbero state in grado di farlo solo prima che Draupadi avesse fatto il suo ultimo pasto della giornata. Dopo che Draupadi avesse mangiato, i Pandava non sarebbero stati in grado di nutrire una sola persona sulla terra. Duryodhana chiese a Durvasa di andarci un giorno, dopo che aveva mangiato Draupadi, alla fine del pasto. Durvasa ascoltò la preghiera di Duryodhana. Venne dopo che Draupadi aveva finito il suo pasto solo per torturarla. A quei tempi, quando arrivava un maestro spirituale, la prima cosa da fare era nutrirlo. Se non nutrivi Durvasa, egli ti avrebbe maledetto e trasformato in cenere. Quando Durvasa e i suoi seguaci arrivarono, la povera Draupadi non aveva più cibo. Durvasa entrò e disse: "Sono molto affamato".

Lei sapeva che se non l'avesse nutrito, egli avrebbe maledetto lei e suo marito. Quindi invocò Sri Krishna. Sri Krishna era in quel momento seduto sul suo trono. Non era per niente vicino alla foresta, ma immediatamente la vide con la sua visione occulta, e venne fisicamente per salvarla. Sri Krishna disse: "Per favore dammi qualcosa da mangiare. Sono molto affamato." Draupadi rispose: "Sei così affamato, ed eccomi imbarazzata. Ti ho invocato per aiutarmi e tu vieni qui per torturarmi. Come posso darti del cibo?" Egli disse: "No, devi darmi del cibo. Esamina il tuo piatto." Ella rispose: "Non è rimasto nulla. Non ti sto dicendo una bugia. L'ho lavato Ho mangiato. Abbiamo mangiato tutti. Non è rimasto nulla. Posso mostrartelo." Quindi portò la pentola e scoprì che c'era rimasto un chicco di riso. Egli lo mangiò e disse: "Ora sono soddisfatto. Ora chiedimi qualsiasi cosa. Sono contento di te." Ella disse: "Salvami! Il saggio Durvasa se n'è andato ora, con le sue migliaia di discepoli, a fare il bagno nel Gange. Quando tornerà vorrebbe del cibo." Così Krishna, con il suo potere spirituale, preparò immediatamente cibo per migliaia di persone. Ora, Durvasa con la sua visione Yogica venne a sapere che Sri Krishna era già arrivato. Disse: "È inutile che io vada là, perché ora potranno darmi da mangiare. Non voglio andare là. Sono soddisfatto."

Per tornare alla storia di Arjuna e dell'asceta, l'asceta disse: "Voglio uccidere Draupadi. A proposito e a sproposito essa chiede il dolce aiuto del mio Signore. La ucciderò. Non dovrebbe invocare il mio Signore in ogni momento.

"La terza persona è Prahlada. Era uno dei più grandi discepoli di Sri Krishna, ma suo padre odiava Sri Krishna. Il nome stesso di Sri Krishna lo irritava. Suo figlio era esattamente l'opposto, seguiva costantemente Krishna. Quindi cosa ha fatto suo padre? Ha gettato Prahlada in una vasca di olio bollente. Poi lo gettò a terra e mise, suo figlio, sotto un elefante pazzo. Lasciò che l'elefante schiacciasse il figlio perché il figlio non stava ascoltando suo padre, ma il figlio non fu schiacciato e l'olio in fiamme non uccise il ragazzo. Sri Krishna era là. Così, mentre il padre voleva uccidere il ragazzo, la presenza di Sri Krishna lo salvò."

Ecco perché l'asceta disse: "Ogni volta che c'è qualche pericolo, immediatamente Prahlada pronuncia il nome del mio Signore Krishna, che va a salvarlo. Prahlada non ha il diritto di invocare il mio Signore. Deve essere punito.

"Il quarto è quel disgraziato di Arjuna," continuò l'asceta. "Voglio ucciderlo qui e ora."

Arjuna disse: "Arjuna! Cosa ha fatto?"

L'asceta rispose: "Guarda la sua audacia. Ha chiesto al mio Signore Krishna di essere il suo auriga sul campo di battaglia. Sri Krishna è il Signore dell'Universo, e Arjuna gli ha chiesto di essere il suo auriga. Guarda la sua audacia! Voglio ucciderlo. "

Arjuna si rese conto che l'asceta era veramente devoto a Sri Krishna e che era tutto amore e preoccupazione per lui.

Un grande eroe e il risultato della sua unica bugia

Vorrei raccontarvi una storia triste. Durvasa pensava di aver conquistato tutto. Disse: "Ho conquistato la rabbia, ho conquistato la passione, ho conquistato tutto. Non mi è rimasto nulla da conquistare.

Poi un giorno, mentre meditava, una mosca venne e si posò sulla sua spalla. Durvasa andò su tutte le furie. Lui, che era così potente, si arrabbiò molto con la mosca e disse: "Ho il potere di distruggere il mondo. Come ti permetti di posarti sulla mia spalla!" La mosca volò via e chiese l'aiuto di Lord Shiva. Lord Shiva venne da lui e disse: "Durvasa, hai conquistato tutto, tuttavia se una mosca si posa sulla tua spalla tu ti arrabbi!"

Durvasa era estremamente potente. Aveva potere spirituale e potere occulto, ma non aveva mai vinto la sua rabbia. Nel Mahabharata ci sono molte storie autentiche in cui lui maledice persone a proposito e a sproposito. Anche le sue benedizioni erano molto irrazionali. A volte era solito benedire le persone, ma molto spesso era più che una maledizione. La sua benedizione era una maledizione.

Ora la madre del grande eroe della Gita, Arjuna, era Kunti. Kunti veniva da una famiglia reale e quando era giovane e non sposata, una vergine, accadde che Durvasa andò nel palazzo di suo padre e lei lo servì. Durvasa era così soddisfatto di lei che disse immediatamente: "Ti concederò un favore." Lei disse: "Grazie. Sarò così felice."

"Bene. Il favore è che presto sarai la madre di un grande eroe." Questa era la benedizione! Kunti non era sposata e questo era il suo favore! Ella disse: "Ora non sono sposata, come posso diventare madre di qualcuno?"

Tuttavia la povera Kunti ebbe un figlio. Poiché era illegittimo, mise il bambino in un canestro e lo gettò in un fiume. Il fiume scorreva e portò il bambino nelle mani di una persona comune, un auriga chiamato Adhirat. Adhirat allevò il bambino, Karna. Egli crebbe fino a diventare il grande Karna, potente come Arjuna. Alla fine Arjuna e Karna dovettero combattere l'uno contro l'altro sul campo di battaglia di Kurukshetra.

Karna era uno dei più grandi eroi di quei tempi, ma non sapeva chi fosse sua madre. Quando ebbe luogo la battaglia di Kurukshetra, Kunti andò da lui all'ultimo momento piangendo: "Figlio mio, stai combattendo contro un altro dei miei figli. Voglio che tu e Arjuna e gli altri miei figli stiate insieme." Karna disse: "Ora è troppo tardi. Non posso farlo. Hai cinque figli e, se mi consideri il tuo sesto figlio, allora ti dico che quando la battaglia sarà finita avrai i tuoi cinque figli ".

"Come?" Lei gridò.

"O Arjuna mi ucciderà, o io ucciderò Arjuna. Non toccherò il resto dei fratelli. Il mondo sa che hai cinque figli e manterrai i tuoi cinque figli." Sappiamo che, nella battaglia di Kurukshetra, Karna fu ucciso da Arjuna. Fu ucciso perché una volta disse una bugia sulla sua casta. Adhirat, che lo aveva allevato, non era un Kshatriya (guerriero), quindi Karna non era considerato di origine Kshatriya. Per questo motivo i grandi arcieri e gli altri non volevano insegnargli. Dissero: "Tu non vieni da una famiglia Kshatriya. Non possiamo insegnarti. Tu vieni da una casta bassa."

Alla fine andò da Parashuram, uno dei più grandi arcieri dell'India e, quando Parashuram gli chiese la sua casta, disse: "Vengo da una famiglia Kshatriya." Parashuram gli credette e gli insegnò il tiro con l'arco, così Karna divenne un grande guerriero. Poi accadde che un pomeriggio, mentre Parashuram stava facendo una siesta con la testa appoggiata sul grembo di Karna, Karna fu punto da uno scorpione. L'intera coscia di Karna cominciò a sanguinare copiosamente, ma pensò che, mentre il suo maestro dormiva profondamente, lo avrebbe svegliato se avesse fatto rumore. Così tacque e non uccise lo scorpione. Dopo un po' il suo maestro si svegliò e vide la situazione.

Disse: "Non hai ucciso lo scorpione. Mi hai detto una bugia! Un Kshatriya non può tollerare questo genere di cose. La tua coscia sanguina copiosamente e, se tu fossi un Kshatriya, avresti ucciso lo scorpione immediatamente, ma tu non sei uno Kshatriya. Vieni dalla casta dei Sudra. Sei un uomo di servizio. Non potrai mai essere un Kshatriya, non potrai mai essere un guerriero. Mi hai detto una bugia. Al momento in cui ne avrai bisogno, nel tuo bisogno più profondo, dimenticherai il segreto dell’uso della tua più grande arma."

Ora vediamo come questo accadde nella Battaglia di Kurukshetra quando Karna stava combattendo contro Arjuna. Karna aveva l'arma più potente che nessuno sulla terra poteva superare. Pensava di utilizzarla solo contro Arjuna sul campo di battaglia e non contro alcun altro. Disse: "Userò quest'arma solo contro Arjuna".

Tuttavia sul campo di battaglia, Ghatothkach, un figlio di Bhima, il fratello di Arjuna, stava uccidendo centinaia di guerrieri della parte di Karna.

Cominciò ad avvicinarsi a Karna e, quando stava per uccidere Karna, Karna disse: "Ora ho questa potente arma datami da Parashuram. Con questa posso uccidere chiunque sulla terra. Perché non la uso?" Così la usò e uccise il figlio di Bhima. Poi, quando venne per combattere Arjuna, fu impotente e fu ucciso da Arjuna. Ecco come la profezia di Parashuram si avverò. Ecco anche come la profezia di Karna si avverò. Cinque figli di Kunti rimasero vivi.

L’erudito tornò in sé

Una volta un bramino incontrò un erudito che camminava per strada. Il Bramino reggeva una copia della Gita, e i suoi occhi stavano nuotando in un mare di lacrime. Lo studioso pensava che il Bramino non fosse in grado di comprendere alcuni degli insegnamenti della Gita. Arrivò dal Bramino e disse: "Non piangere, sono venuto qui per aiutarti. Dimmi, dove la trovi difficile, quale particolare sloka [verso] non capisci? Io te lo spiegherò."

Il Bramino rispose: "Sto piangendo perché vedo il Signore Krishna proprio di fronte a me. Non importa in quale pagina stia, vedo il carro di Arjuna. Vedo l'auriga di Arjuna, Krishna. Queste sono le mie lacrime psichiche. Vedo il mio Signore in tutte le pagine, vedo Sri Krishna sul suo carro. Ecco perché sto piangendo. Non è che non capisco gli insegnamenti della Gita." L’erudito tornò in sé.

Il potere della concentrazione e il potere della dedizione

Ci sono alcuni devoti che vogliono mettersi in mostra. Per ore meditano, per ore cantano, per ore ripetono il nome di Krishna. Guardano dall'alto in basso gli altri che non passano molto tempo a meditare e cantare. Arjuna è stato uno di questi. Se vi ricordate, uno dei fratelli di Arjuna, il cui nome era Bhima, era il più forte della famiglia. Bhima non pregava mai, mai alcun dio. Era solito mangiare e combattere. Era un mangiatore vorace e allo stesso tempo un grande combattente.

Ma Arjuna era solito pregare per questo dio e quel dio; doveva soddisfare tutti gli dei sulla terra. Il Signore Shiva doveva essere adorato ogni giorno. Per due ore al giorno Arjuna raccoglieva centinaia di fiori e li offriva a Lord Shiva uno per uno. Ogni volta, mentre offriva i fiori, era solito pronunciare il nome di Shiva, poi subentrò l'orgoglio.

Quello che faceva Bhima era molto semplice. Si metteva le dita sulla fronte e si concentrava per un paio di minuti prima di ogni pasto. Poi avrebbe mangiato voracemente. Questa era la sua meditazione! Il povero Arjuna passava ore a raccogliere fiori, ma l'orgoglio di Arjuna non poteva sfuggire a Sri Krishna. Sri Krishna disse ad Arjuna: "Vieni, andiamo a fare una passeggiata". Mentre camminavano, videro un uomo che tirava un carro. Il carro era carico di fiori. Tutti i tipi di fiori Arjuna disse all'uomo: "Cosa stai facendo con questi fiori? E dove stai andando? "L'uomo non aveva il tempo di rispondere ad Arjuna. Sri Krishna disse: "Arjuna, seguiamolo".

Quando l'uomo raggiunse la sua destinazione, c'erano molti altri carri di fiori. "Che cosa hai intenzione di fare con tutte queste migliaia e milioni di fiori?" Chiese Arjuna. "Non ho tempo per parlare con te. Ora sono in seria concentrazione. Posso parlare solo con una persona sulla terra, e questo è Bhima, il secondo Pandava. È il più grande ricercatore spirituale. Quando medita prima dei pasti solo per un minuto o due, dicendo "O potente Lord Shiva", migliaia di fiori vengono offerti da lui al Signore Shiva. La sua concentrazione è la più intensa. La sua meditazione è la più sincera. Arjuna lancia solo fiori a Lord Shiva. Non fa altro che mettersi in mostra."

Il povero Arjuna tornò con Lord Krishna ed era estremamente arrabbiato con Lui per averlo sottoposto a questa umiliazione. Il Signore Krishna disse ad Arjuna: "Volevo insegnarti che non è il numero di ore, non è il numero di fiori, ma è il potere della concentrazione, è il potere della dedizione che conta."

Krishna la vedova e la sua mucca

A volte quando siamo in totale difficoltà, la Grazia di Dio agisce in un modo molto particolare. Pensiamo che Dio diventi più crudele quando siamo in difficoltà e nelle sofferenze. Lasciate che vi illustri questo con una storia. Sri Krishna e Arjuna una volta erano ospiti di una vedova. La vedova non aveva figli, nessuno. Era tutta sola, ma lei aveva una mucca. Questa mucca era il suo unico mezzo di sostentamento. Era solita vendere il latte e con la vendita del latte manteneva la sua vita. Era una grande devota di Sri Krishna. Quando Sri Krishna e Arjuna andarono a farle visita in incognito, lei era così felice di vedere questi due ospiti divini. Li nutrì con quello che aveva in casa sua. Sri Krishna era estremamente soddisfatto del suo atteggiamento di resa e della sua devozione. Sulla via del ritorno, Arjuna disse a Krishna: "Sei stato così contento di lei. Perché non le hai concesso un favore? Perché non le hai detto che presto sarebbe stata prospera, ora che sei contento di lei?"

"Le ho già concesso il dono che la sua mucca debba morire domani."

"Che cosa? I suoi unici mezzi di supporto? Lei ha solo la mucca e nient'altro. Senza la mucca come può vivere sulla terra?"

Krishna rispose: "Non mi capisci. Lei pensa sempre alla mucca. La mucca deve essere nutrita, la si deve mungere, deve essere bagnata e così via. Voglio che lei pensi solo a me, e quando la mucca se ne sarà andata, lei penserà a me tutto il tempo, ventiquattr'ore al giorno. Poi, presto, sarà il momento giusto per portarla via da questo mondo, e dopo alcuni anni le darò un'incarnazione migliore e più appagante. Quando non avrà nessuno sulla terra, nemmeno la mucca, cercherà di passare tutto il suo tempo, giorno e notte, a dedicarsi a me. Altrimenti, in questo modo, indugia sulla terra e pensa costantemente alla mucca e non a me." Quindi le vie di Sri Krishna sono imperscrutabili.

Prefazione dell'editore

"Arjuna, avendo riflettuto pienamente sulla saggezza, fai come vuoi."

Questo affascinante ammonimento di Sri Krishna al suo discepolo è caratteristico della profondità e allo stesso tempo della semplicità ingannevole della Gita. Questa monumentale opera dell'antica India ci è giunta in tutta la sua bellezza incontaminata. La Gita è completa in se stessa e apparentemente facile da capire, ma affinché il lettore possa penetrare le sue grandi profondità di saggezza e volare alle altezze elevate dell'aspirazione spirituale parzialmente velata nelle sue pagine, un commento è abbastanza necessario, specialmente per il lettore occidentale . Il commento deve essere sotto forma di enfasi e spiegazione, senza manipolare o altrimenti portare elementi di distorsione negli insegnamenti originari ed eminentemente pratici del testo originale.

Sri Chinmoy, un figlio del Bengala, ci ha dato un tale commento. Alla percezione trascendentale delle verità eterne presentate nella Gita ha aggiunto il tocco magnificamente bello del poeta. La bellezza della sua espressione è così affascinante che si è tentati di scivolare attraverso il testo rapito dalla sua poesia senza cercare di coglierne la vera profondità. Ancora una volta, la sua semplicità è ingannevole, poiché Sri Chinmoy ha il raro dono di esprimere i concetti più difficili in parole semplici e quotidiane.

Indubbiamente rivolto principalmente alla mente occidentale, questo commento è punteggiato qua e là di citazioni dai nostri più noti pensatori, filosofi e poeti che aggiungono significativamente alla sua leggibilità ed espandono i diversi temi trattati, analizzati e spiegati.

Questo commentario, così come la stessa Bhagavad Gita, è un gioiello letterario che può essere letto più volte e apprezzato immensamente anche solo per il suo accattivante tema, la saggezza pratica e la retorica insuperata. Ma per la mente inquisitrice, per il cercatore della verità e per l'aspirante della conoscenza trascendentale, questo lavoro è un aiuto molto gradito, che proviene da un'anima realizzata. In gergo indiano questo significa colui che ha scoperto la verità in se stesso e che, essendo entrato in comunione con la sua anima più intima, è anche in contatto con Dio, l'anima e Dio essendo eternamente inseparabili.

Come una magnifica sinfonia, la Gita si apre con un accordo maggiore, l'anima trascendentale che insegna, guida, conduce l'anima personale su e in alto per la spirale della saggezza. Attraverso la sua meravigliosa serie di motivi, l'amore, il dovere, il sacrificio, la fede e la devozione giocano ritmi affascinanti. Continuando su melodie più alte e più elevate, la musica ineffabile procede fino a raggiungere l'altezza più elevata, l'unione e la completa fusione dell'anima personale con l'anima trascendentale. Per farci apprezzare appieno tutto il significato e il potere artisticamente creativo della Gita, un commentario deve fluire dalla coscienza di colui che ha realizzato in se stesso questa unione. Nessuno è più qualificato per questo lavoro di Sri Chinmoy, perché, avendo percorso il sentiero della saggezza, parla con l'autorità di una guida esperta e affidabile. La sua conoscenza non è la conoscenza ricavata dallo studio dei libri, ma l'esperienza di prima mano di chi è stato lì e la cui coscienza può elevarsi al sublime e poi far scendere la saggezza trascendentale al livello dell'uomo comune.

Per lo studioso che ha familiarità con le Scritture indiane e per il cercatore che ha messo piede sul sentiero che porta alla scoperta della verità trascendentale, questo commento sarà un aiuto molto gradito e una fonte di vera gioia.

Traduzione di questa pagina: Czech
Questo libro può essere citato usando la chiave di citazione cbg